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  • Fuori i mali del mondo dagli stadi

    Coppa Italia, the day after. L’ora delle riflessioni. Ripartiamo dai problemi per far rinascere il calcio, lo spettacolo sportivo, in un nuovo modo, più civile. Dunque, fuori i mali del mondo dagli stadi, luoghi neutri per eccellenza, come nelle Olimpiadi greche, quando si interrompevano le guerre. Se invece la partita non recupera il significato originale di festa, momento di tregua, bolla di sospensione dalle preoccupazioni individuali e sociali, che senso può avere? Ammessa la sana rivalità delle tifoserie, non però le tensioni estranee allo sport o strumentalizzazioni delle curve per affermazioni di poteri criminali. Iniziamo quindi a isolare gli stadi, se occorre con barriere, per salvare quel baluardo (o, se volete, quell’immagine) di una società fraterna, accomunata dalla bellezza dello spettacolo sportivo, o anche soltanto dalla soddisfazione per la vittoria della propria squadra. Facendone a meno, la società perderebbe l’occasione, al limite semplicemente un appiglio, per rinascere, non proprio immune dalla violenza (che, non illudiamoci, esisterà fino alla fine del mondo), ma almeno migliore e con la speranza che di questo clima ne tragga giovamento l’uomo stesso, qualsiasi uomo. Ecco cosa c’è in gioco: l’esistenza di un paradigma di felicità. Ed ecco perché è necessario il massimo rigore, attraverso una selezione all’ingresso di uno stadio (stiamo parlando di una struttura chiusa, non dimentichiamolo mai), che in questa prospettiva si qualifica come un luogo sacro vero e proprio. Tutti vi possono entrare, anche il delinquente più incallito, ma ognuno (almeno questa volta) con sentimenti di pace e la responsabilità di contribuire, insieme, allo spettacolo sportivo inteso così. Chi invece ha altre motivazioni, ideologiche, violente, che non hanno a che fare con lo sport, o si ri-educa per il bene comune della passione sportiva o altrimenti va tenuto lontano, pena la sopravvivenza stessa del calcio, come lo conosciamo noi oggi.

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