Ortopedia e Traumatologia

APPROCCIO OSTEOPATICO PER L’EMICRANIA

osteopatia

A cura di Dino Caprara e Antonio Consalvo

Introduzione
L’emicrania è un disturbo frequente che riduce notevolmente la qualità della vita di coloro che ne soffrono. Gli studi rivelano che l’emicrania colpisce la qualità della vita in senso fisico, mentale e sociale (Terwindt 2000). Secondo una statistica, l’8% degli uomini e dal 15% al 18% delle donne in Europa e in America soffrono di emicrania.
Secondo uno studio condotto dal Linz AKH (General Hospital Linz) e dall’ospedale di St. Pölten (Leitner 2006) il 10.2 % della popolazione austriaca soffre di emicrania.
Particolarmente interessanti, sono gli studi di Spannbauer (2008), Ecker (2003), Van Tintelon (2002) e Loza (1998), i quali rivelano l’efficacia dell’osteopatia per quanto riguarda il trattamento dell’emicrania.
Di seguito, una ricerca e relative comparazioni sulle tecniche osteopatiche utilizzate per la terapia di pazienti con emicrania.

Aspetti clinici dell’emicrania
Le cause dell’emicrania non si conoscono completamente e nel tempo si sono formulate diverse ipotesi:
Teoria genetica:
Nei Paesi sviluppati, è andato via via incrementando negli ultimi quarant’anni il numero di pazienti con emicrania. Si presume che stile di vita e fattori ambientali abbiano un ruolo importante fra le cause che scatenano l’emicrania.
Sono state accertate varie mutazioni genetiche che spiegano alcune forme rare di emicrania, come nel caso dell’emicrania emiplegica familiare, dove circa il 50% dei casi è causato dalla mutazione del gene CACNL1A4 sul cromosoma 19.
Teoria vascolare:
In passato era l’ipotesi maggiormente evidenziata dagli studi clinici: si pensava che la causa fosse una vasodilatazione extracranica, dove tutte le manifestazioni sintomatologiche, erano date dalla conseguente vasocostrizione .
Per avvalorare tale tesi si sono eseguiti degli studi sulla velocità del flusso sanguigno, evidenziando una lieve ipoperfusione che dura dalle 4 alle 6 ore, che non è però di entità tale da spiegare i sintomi dell’emicrania, ma solo alcune lievi manifestazioni accessorie.
Tale alterazione comunque non si evidenzia in tutti i pazienti; in alcuni il flusso sanguigno a livello cerebrale è normale; i sintomi dunque possono essere spiegati solo in parte (Stephen L. Hauser, Harrison: Neurologia Clinica p. 60, Casarile (Mi), McGraw-Hill, 2007).
Teoria neurologica:
Per quanto riguarda l’aura (tipo di emicrania localizzato per meta’ del cranio, spesso preceduto da disturbi della vista, in genere da un solo occhio), gli specialisti tendono a colpevolizzare una depressione corticale propagata (“Perché colpisce l’emicrania”, di David W. Dodick e J. Jay Gargus, pubbl. su “Le Scienze”, n. 482, ottobre 2008, pp. 76-83 ), costituita da un impulso indotto dalle cellule nervose che si diffonde in una vasta zona della corteccia e che viene considerata la prima fase, detta di ipereccitabilità del processo, durante la quale la zona necessita di un grande quantitativo di sangue, a cui ne segue un’altra fase chiamata di inibizione, nella quale i neuroni mantengono uno stato di quiete e quindi nella stessa zona, in questo caso, occorre molto meno sangue rispetto a prima.
I ricercatori ritengono che questo repentino cambiamento nel flusso sanguigno preceda abitualmente il dolore al capo e che l’aura sia relazionata proprio alla depressione corticale propagata.
Alcuni scienziati hanno individuato l’origine del dolore nel tronco encefalico, sede della percezione della luce, dei rumori, della sensibilità al dolore e sito di transito delle informazioni dal corpo verso il cervello e viceversa.
Alcuni studiosi hanno notato un assottigliamento della materia grigia nella zona del cervello che gestisce il dolore. Quest’assottigliamento varia a seconda dell’intensità e della frequenza degli attacchi.
Altri studiosi, invece, notano un ispessimento della corteccia cerebrale nella zona occipitale che gestisce la vista; per questo in alcuni tipi d’emicrania, si hanno fenomeni di cecità totale o parziale per un certo periodo di tempo.

Approccio osteopatico in pazienti con emicrania

Le disfunzioni craniali
Le disfunzioni del cranio possono causare limitazioni della dura madre e uno squilibrio della muscolatura.
Causato da irritazione del nervo grande occipitale, derivante dalla parte dorsale di C2, e del nervo piccolo occipitale, derivante dalla ventrale di C2.
Il dolore è generalmente breve, tagliente, e/o lancinante sul territorio di innervazione del nervo interessato, di solito dura diversi secondi.
Si può anche riscontrare un dolore continuo o un’iperestesia, per giorni o settimane, nella zona del nervo interessato.
Dolorabilità alla palpazione si presenta sul territorio di innervazione del nervo maggiore e/o minore occipitale.
La risoluzione del dolore dopo blocco anestetico può essere usato per confermare la diagnosi.

Trattamento delle disfunzioni craniali

  • Disfunzione cranica; deformazione della SBS (sincondrosi sfeno basilare) per la posizione dello sfenoide sull’occipite

Posizione delle mani:
Mani posizionate ai lati del cranio, indice sulle grandi ali dello sfenoide a livello degli pterigoidei, il medio davanti alle orecchie, l’anulare sulle porzioni mastoidee dei temporali, il mignolo sulla squama occipitale.
I pollici vicini ma che non si toccano sopra la testa, avambracci poggiati sul lettino.
Torsione SBS

Foto 1

La grande ala dello sfenoide sarà più bassa dell’altra, ma l’angolo esterno dell’occipitale sarà più alto.
Dal lato dove la grande ala dello sfenoide è alta, la porzione sfenoidale dell’articolazione sfenobasilare è alta, in posizione di flessione, mentre la porzione occipitale è bassa, in posizione di estensione.
Test di mobilità
Una flessione che sia apprezzabile anteriormente da un lato e posteriormente dal lato opposto, un’estensione che sia apprezzabile soltanto per i due lati opposti, sono il segno di una lesione di torsione. In questi casi l’ampiezza è ridotta.

  • Sidebending/Rotation

Foto 2

Foto 3

In questa lesione, il movimento di flesso-estensione sfeno basilare è possibile, ma viene ad essere squilibrato: da un lato si verifica una migliore flessione, dall’altro lato (quello della lesione), si ha una migliore estensione.
Questo squilibrio genera una lieve rotazione delle due ossa su un asse trasverso, quello del lato dell’estensione.
La lateroflessione avviene con due rotazioni orizzontali in direzione opposta, su due assi verticali.
Perifericamente, il lato in cui si verifica una migliore flessione presenta anche una migliore rotazione esterna, il lato in cui si verifica una migliore estensione presenta anche una migliore rotazione interna.
Test di mobilità
Una flessione che sia apprezzabile solo da un lato e l’estensione dall’altro indicano una lesione di sidebending/rotation dal lato dell’estensione.

  • Vertical Strain

Foto 4

La lesione avviene attorno a due assi fronto-orizzontali, quando le due ossa vanno in rotazione anteriore.
La porzione sfenoidale dell’articolazione sfeno-basilare sale, mentre il processo basilare occipitale scende.
La lesione è detta “strain verticale alto”.
Quando le due ossa sono portate in rotazione posteriore, la porzione posteriore sfenoidale è bassa, il processo basilare è alto.
La lesione è detta “strain verticale basso”.
Test di mobilità
Un movimento sfeno-basilare molto limitato indica generalmente una lesione “a strain”.

  • Lateral Strain

Foto 5

La lesione si verifica su due assi verticali.
Due rotazioni orizzontali verso destra o verso sinistra interessano le due ossa.
Il lato della lesione è quello in cui sembra andare la porzione sfenoidale dell’articolazione sfenobasilare.
Una rotazione destra causerà una lesione sinistra e viceversa.
Dal lato della lesione, la grande ala dello sfenoide e l’angolo esterno dell’occipite avanzano, retrocedendo dal lato opposto.
Test di mobilità
L’osso zigomatico e il temporale compiono facilmente una rotazione esterna dal lato della lesione dove la grande ala sfenoidale e l’angolo esterno dell’occipitale sono in avanti, in rotazione interna dal lato opposto.

  • Lesioni di compressione della SBS

Foto 6

Le lesioni di compressione sono lesioni particolari che si riscontrano prevalentemente in alcuni soggetti depressi, stressati, ecc.
Sono le condizioni fisiche a determinare le lesioni o sono le lesioni dovute ad uno stato congestivo cerebrale che, bloccando il movimento del cranio, determinano le condizioni fisiche? La risposta non è facile: probabilmente i due processi possono essere in causa contemporaneamente.
Comunque sia, i movimenti della sfeno basilare e quelli della periferia sono inesistenti, o quantomeno impercettibili.
Test mobilità
L’assenza quasi completa di movimenti indica una lesione di compressione.

Trattamento cranio-sacrale

Introduzione
La terapia cranio sacrale è una pratica di medicina complementare che fa parte della tradizione osteopatica.
È stata fondata all’inizio del XX Secolo da William Garner Sutherland, studente in osteopatia, il quale durante i suoi studi ipotizzò che le ossa del cranio potessero essere capaci di un impercettibile movimento di respirazione cranio-sacrale. La respirazione cranio-sacrale (o “movimento respiratorio primario”) indica il presunto movimento ritmico di espansione e flessione delle ossa del cranio. Per i sostenitori della disciplina, è dunque importante ristabilire nel limite del possibile, la mobilità delle parti colpite per ripristinare l’equilibrio fisiologico del corpo attraverso delicate manipolazioni del cranio.

  • Riequilibrio occipitale
  • Liberazione ossa temporali
  • Compressione del 4° ventricolo

Applicazione pratica

  • Riequilibrio occipitale

Foto 7

Paziente supino, il terapista sta dietro la testa del paziente, le due mani sotto l’occipite che poggia sui palmi, le dita piegate verso l’alto sulla parte orizzontale della squama, la cerniera occipite-atlante poggia sulla punta delle dita.

  • Liberazione dei temporali

Foto 8

Paziente supino, il terapista siede dietro alla testa del paziente, le mani poggiate bilateralmente in modo che il medio sia nell’orecchio, l’indice sul processo zigomatico, l’anulare e il mignolo sulla mastoide.
All’inizio della flessione, il terapista spinge un temporale in rotazione esterna, l’altro in rotazione interna.
Questi impulsi verranno invertiti successivamente.
Ultimata la manovra, il terapista ristabilisce la simmetria del ritmo del cranio.

  • Compressione del 4° ventricolo
Foto 9
Paziente supino, il terapista siede dietro alla testa del paziente. Le mani sovrapposte e incrociate, con i due pollici a “V”, prendono la testa.
Dato che la punta della “V” è a livello della spinosa C2/C3, le eminenze tenar poggiano bilateralmente sugli angoli laterali della squama occipitale.
  • Allungamento dei muscoli cervicali

Trapezio

Foto 10

Paziente in posizione supina, braccia lungo i fianchi, palmo delle mani rivolto verso l’alto.
Con una mano si esercita una leggera trazione del capo verso l’alto, con l’altra mano si fissa la spalla omolaterale al trapezio da trazionare, cercando di spostare il capo verso la parte opposta.
Occorrerà fare attenzione a mantenere sempre la faccia rivolta in avanti, senza rotazioni.
Una volta giunti al massimo allungamento, si esercita una trazione verso l’alto con la mano che guida il capo e una spinta in depressione della spalla con l’altra.
La tensione verrà protratta per circa 15 secondi, per una decina di volte

Scaleni

Foto 11

Paziente supino, braccia lungo i fianchi, mani sul lato del collo identificato come dolente, il pollice della mano distale si appoggia sul processo trasverso della settima vertebra cervicale mentre la mano prossimale si appoggia sull’occipite.
Le due mani vanno in senso opposto; la mano distale spinge verso il basso, la mano prossimale traziona in alto. La tensione deve durare almeno una decina di secondi, e verrà ripetuta 6 – 7 volte.

Scom (muscolo sternocleidomastoideo)

Foto 12

Paziente supino, braccia lungo i fianchi, palmo delle mani rivolte verso l’alto. Trazionare leggermente il capo del soggetto, facendogli comunque mantenere la naturale lordosi cervicale, ruotare il capo dal lato controlaterale a quello del muscolo da trattare.
Quando la rotazione avrà raggiunto la massima escursione possibile, fuori dal dolore, mantenere la tensione verso l’alto con una mano, procedere allo stiramento sull’inserzione sternale con l’altra.
Ripetere la manovra almeno una decina di volte mantenendo la tensione per circa 15 secondi.
Riposizionare il capo al centro eseguendo la contro rotazione lentamente ed in allungamento leggero.

Tecnica ad energia muscolare

  • Disfunzione in posteriorizzazione unilaterale

Foto 13

Paziente supino, il terapista è posto a livello della testa, sostiene l’occipite, l’estremità dell’indice o del medio copre l’articolare posteriore (destra o sinistra a seconda della disfunzione).
Questo dito sarà utilizzato per effettuare la localizzazione del movimento tra la vertebra in disfunzione e la vertebra sottostante:

  • L’occipite viene poi flesso lentamente in modo che il movimento sia indotto dall’alto in basso per raggiungere l’articolare in disfunzione
  • Sempre mantenendo questo grado di flessione, si induce un’inclinazione laterale sinistra/destra passivamente e dall’alto in basso, fino alla sua localizzazione al livello dell’articolare in disfunzione; questa contrazione viene mantenuta tre secondi.

Durante il periodo di rilasciamento, viene ricercata una nuova barriera motoria inducendo dei movimenti passivi di flessione, inclinazione sinistra/destra e rotazione sinistra/destra.

  • Disfunzione in anteriorizzazione unilaterale

Foto 14

La posizione del paziente è come descritto precedentemente per la posteriorità, una volta trovata la barriera motrice nei tre parametri dello spazio, viene chiesto al paziente di flettere la testa in avanti, in direzione della spalla sinistra/destra.
Questa contrazione isometrica dura circa 3 secondi.
Nella fase di rilasciamento si ricerca la nuova barriera motrice in estensione, inclinazione, laterale sinistra/destra e rotazione sinistra/destra.

Conclusioni

In donne con emicrania trattate con OMT (trattamento manipolativo osteopatico), si sono evidenziati miglioramenti significativi nei parametri di:

  • dolore
  • HRQoL (health-related quality of life)
  • “disabilità lavorativa”.

Studi futuri prevedono l’utilizzo di un gruppo di controllo trattato con “terapia placebo” e un follow-up a lungo termine, elementi assolutamente essenziali per verificare se questi risultati sono reali e persistenti nel tempo.

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Dino Caprara
Laureato in scienze motorie – D.O. Osteopatia, perfezionato in chinesiologia e chinesiologia rieducativa – Master in scienze podologiche
Antonio Consalvo
Laureato in scienze motorie – Specializzato in scienze dell’attività motoria preventiva e adattata – D.O. Osteopatia, massofisioterapista

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