Psicologia

LE EMOZIONI NELLA PRATICA SPORTIVA

gioasport

Umberto Manili e Miriam Palange

Le emozioni rappresentano un elemento fondamentale dello sport ed un fattore critico potenzialmente in grado di accrescere o ostacolare la prestazione individuale e di gruppo. Esperienze quali la vittoria, la sconfitta e lo scontro fisico, fanno della pratica sportiva un luogo privilegiato dove imparare ad ascoltare e riconoscere emozioni come gioia, tristezza, rabbia e paura. Le emozioni sono quindi una risorsa per la comprensione di sé e dell’altro e per il fondamento dell’azione consapevole (Hanin, 2003).
Come suggerito da Hanin e Syrja (1995), i processi emozionali possono seguire, regolare e sostenere l’azione sportiva, ma anche disturbarla e persino bloccarla. In particolare, le emozioni relative alla prestazione sportiva costituiscono un argomento centrale della ricerca della psicologia dello sport degli ultimi 50 anni (Hanin, 1980; Unestahl, 1986; Vanek e Cratty, 1970).
L’attenzione di questa branca si è focalizzata principalmente sullo studio di quali emozioni fossero funzionali o disfunzionali alla prestazione sportiva, evidenziando come la loro analisi negli atleti faciliti la comprensione del vissuto soggettivo della gara, permetta l’individuazione delle reazioni e di eventuali problemi e, entro certi limiti, consenta di predire il successo nella prestazione sportiva (Terry, 1995).
L’importanza delle esperienze emozionali ed affettive è largamente riconosciuta in molti ambienti da quelli sociali a quelli organizzativi, soprattutto in riferimento al ruolo che le emozioni giocano nei confronti di temi di grande interesse come la motivazione lavorativa, l’efficacia dei team ed il raggiungimento di risultati di successo (Hartel, Zerbe e Ashkanasy, 2005).
Sebbene non tutte le lingue dispongano di un unico termine per indicare un’emozione, così come di espressioni che ne definiscano le specifiche differenze, il fenomeno può comunque essere identificato in tutte le lingue e culture (Ogarkova, 2012). Recenti studi hanno, a tal proposito, evidenziato la presenza di 24 termini emotivi in quasi 30 lingue (Fontaine, Scherer e Soriano, 2012) ed in quelle che non dispongono di un equivalente lessicale si ha comunque la possibilità di rendere il concetto di emozione attraverso l’utilizzo di più termini (Ogarkova, 2012).
Prima del 1884, gli interrogativi sulle emozioni erano per lo più di carattere filosofico o religioso e sulla scia dell’intellettualismo socratico, diversi autori sostenevano che sarebbe bastata una repressione intellettuale per controllare gli istinti e le passioni (Jaspers, 1991). La visione moderna della ricerca sull’emozione si diffuse quando James William nel 1884 pubblicò l’articolo “What is an Emotion?” nella rivista di filosofia “Mind”. Il suo punto di vista spostò completamente l’ago della bilancia da quella che definiva “teoria del senso comune” – che riteneva le risposte emotive figlie delle sensazioni, le quali, a loro volta, erano le dirette determinanti degli aspetti fisiologici ed espressivi delle emozioni – alla convinzione che fossero le emozioni a seguire una modificazione corporea, ovvero non ridiamo perché siamo felici, ma proviamo una sensazione piacevole perché ridiamo.
Più di recente, l’emozione è stata definita da Galimberti (2006, pag. 358), come “Reazione affettiva intensa con insorgenza acuta e di breve durata determinata da uno stimolo ambientale. La sua comparsa provoca una modificazione a livello somatico, vegetativo e psichico.”
L’emozione coincide quindi con una sensazione che solitamente viene associata ad un evento specifico e si compone di aspetti di attivazione fisiologica, espressioni comportamentali e mimiche, di sperimentazione consapevole e di pensiero relativa alla sensazione provata (Izard, 2010).
Le emozioni sono inoltre fenomeni che si distinguono da altri tipi di episodi affettivi e, anche se il confine tra essi è labile, è importante provare a trovare delle definizioni distintive e differenziate poiché ciascun costrutto può offrire indicazioni diverse in termini di ricerca ed intervento (Scherer, 2005).
Una fondamentale distinzione riguarda la classificazione degli stati affettivi in emozioni, umore e sentimenti.
L’umore fa riferimento a stati emotivi relativamente costanti anche se non di altissima intensità (Scherer, 2005), non necessariamente connessi a determinati momenti o situazioni ed associati a cambiamenti interni alla persona (Dalai Lama, Ekman, 2008), e generalmente percepiti come positivi o negativi (Huang, Dai, 2010). Un’altra distinzione riguarda i sentimenti, che sono sensazioni più durevoli nel tempo rispetto alle emozioni, anche se di intensità relativamente moderata (Scherer, 2005).
Portandoci sul versante di cosa rappresenta un’emozione, l’espressione “provare un’emozione” fa riferimento ad un determinato e particolare istante nella vita di un individuo, in cui occorre ponderare i fattori che ne determinano l’inizio e la fine dell’evento, in quanto le emozioni si mostrano per un periodo relativamente breve e sono transitorie (Mulligan, Scherer, 2012).
Secondo le teorie più recenti (Ochsner e Gross, 2007) le emozioni sono risposte a specifici stimoli (esterni o interni), connotate da una valenza, che implicano cambiamenti su sistemi di risposta multipli.
Il sistema soggettivo rappresenta il vissuto personale di ogni individuo che si rapporta ad uno stimolo. Tale esperienza è definita dalla percezione del proprio stato interno e degli effetti che lo stimolo ha avuto sul proprio corpo. Le sensazioni guidano il soggetto a cogliere alcune caratteristiche degli oggetti, piuttosto che altre, amplificando in tal modo i sentimenti provati inizialmente.
Il sistema espressivo – comportamentale si riferisce alle reazioni del sistema motorio richiamate da eventi emozionali ed include:
• variazioni del tono dei muscoli posturali del corpo nel suo complesso, a seguito di stati di tensione e stati di rilassamento.
• risposte motorie espressive che comprendono gesti, vocalizzazioni, mimiche facciali e indici paralinguistici.
• risposte motorie strumentali che concernono la fuga, l’evitamento, il colpire, l’avvicinamento… e gli stati di prontezza ad attuarli.
Il sistema fisiologico ha una doppia valenza nella risposta emozionale poiché al tempo stesso la determina e la costituisce. Le reazioni fisiologiche, nella loro componente centrale, sono necessarie perché avvenga una modulazione emotiva, che si manifesta attraverso l’attivazione del sistema nervoso autonomo endocrino ed immunitario. In particolare, i substrati neuroanatomici che mediano i sistemi emozionali sono localizzati in regioni del cervello descritte tradizionalmente come componenti del sistema limbico ed una delle più importanti strutture limbiche è rappresentata dall’ipotalamo, che riceve direttamente dal talamo i segnali sensoriali diretti riguardanti gli stimoli emotivi, controlla le reazioni fisiche durante l’emozione e regola l’esperienza emotiva lungo le fibre risalenti verso la corteccia. L’amigdala è un’altra struttura limbica che interviene nel mediare le associazioni tra eventi emotivamente rilevanti. Essa è composta da un elevato numero di nuclei che ricevono e mandano informazioni ad una vasta varietà di differenti strutture, tra cui le aree corticali per l’elaborazione cognitiva di ordine superiore e le aree talamiche per la valutazione affettiva degli stimoli. Geschwind (1965) suggerì che l’amigdala è necessaria affinché avvenga l’associazione tra gli stimoli e le categorizzazioni affettive presenti in memoria.

Fig. 1 – Il sistema limbico

A questi sistemi si aggiunge un ulteriore livello, quello cognitivo: le emozioni sono infatti strettamente connesse ai processi cognitivi. A tal proposito, è importante sottolineare che l’emozione è il primo processo che viene attivato a livello neurale, mentre la corteccia deputata ai processi di pensiero e di memoria viene coinvolta solo successivamente quando la persona si attiva per comprendere, in modo consapevole, quali siano le sue emozioni (Garcia-Segura, 2009; Iacoboni, 2009; LeDoux, 2002).

Classificazione e caratteristiche delle emozioni

Le emozioni sono state categorizzate principalmente in emozioni di base, più primitive, ed emozioni complesse connesse con l’interazione sociale (Ekman, Cordaro, 2011).
La teoria delle emozioni primarie o discrete (Ekman, 1992; Izard, 2007) è incentrata su un ristretto numero di emozioni di base. Queste emozioni giocano un ruolo decisivo nei processi di sopravvivenza ed adattamento degli individui di fronte ad eventi che potrebbero avere conseguenze fisiche e psicologiche, e sono precedute da precisi condizionamenti ambientali che possono influire in modo diretto o indiretto sul benessere delle persone. A seconda di come viene giudicato il significato comportamentale di questi eventi, ovvero in base a come si attivano i nostri sistemi cognitivi per raggiungere gli obiettivi prefissati, le emozioni predispongono l’individuo ad intraprendere vari tipi di azioni (combattimento o fuga in caso di minaccia; rifugio o individuazione di un nuovo traguardo in caso di perdita; atti riparatori in caso di violazioni delle convenzioni sociali).
In particolare, Ekman ha identificato e classificato le seguenti sei emozioni di base (rabbia, paura, gioia, disgusto, tristezza e sorpresa), indicando anche come vengono espresse dai muscoli facciali, che tipo di risposta fisiologica attivano e quale finalità perseguono (Ekman, 1972, Ekman e Cordaro, 2011):

LA RABBIA

Il neonato attraverso il pianto, esprime un segnale di sofferenza funzionale per ricevere la nutrizione necessaria. Nell’età adulta è la risposta alle interferenze che possono ostacolare o negare il raggiungimento di obiettivi importanti, o ad un attacco sul piano fisico o psicologico che può ledere l’incolumità di sé o di una persona cara.
Espressione del volto: sopracciglia abbassate e riunite, bocca aperta e quadrata o labbra chiuse strettamente;
Risposta fisiologica: aumento del battito cardiaco e della temperatura della pelle, arrossamenti del volto;
Finalità: il raggiungimento di uno scopo, imparare a superare ostacoli e raggiungere scopi, comunicare potere e dominanza.

LA PAURA

E’ la risposta ad una minaccia di danno, fisico o psicologico, che attiva degli impulsi atti a bloccare o sfuggire il pericolo. Spesso tale emozione può anticipare il verificarsi della rabbia.
Espressione del volto: sopracciglia sollevate e spesso poste una vicino all’altra, occhi molto aperti e rigidamente fissati sullo stimolo;
Risposta fisiologica: battito cardiaco veloce, bassa temperatura della pelle, respirazione intermittente;
Finalità: mantenere la propria integrità sia fisica che psicologica, evitando il pericolo.

LA GIOIA

Esprime la sensazione di sentirsi apprezzati e ricercati dagli altri. Le emozioni di gioia sono diversificate tra loro a seconda della causa e del contesto in cui hanno luogo.
Espressione del volto: sorriso, angoli della bocca in su ed occhi socchiusi;
Risposta fisiologica: battito cardiaco accelerato, respiro irregolare, elevata conduttività epidermica;
Finalità: informare sullo stato di piacere a seguito di un evento/stimolo e sulla disponibilità ad interagire socialmente.

IL DISGUSTO

Esprime la repulsione per la vista, l’odore o il gusto di qualcosa di velenoso per la salute e quindi sgradevole. Nell’età adulta può anche essere provocato da una persona che agisce in modo reputato offensivo e ripugnante.
Espressione del volto: sopracciglia abbassate, naso arricciato con la radice allargata zigomi e labbro superiore alzati.
Risposta fisiologica: battito cardiaco rallentato e bassa temperatura della pelle, maggiore resistenza cutanea;
Finalità: evitare l’elemento che origina il fastidio ed imparare quali sono gli eventi o le sostanze da evitare.

LA TRISTEZZA

È l’emozione che si attiva a seguito di una perdita di un qualcosa/qualcuno che genera una sensazione di vuoto in relazione a tale aspetto reputato estremamente importante per la persona.
Espressione del volto: sopracciglia abbassate, naso arricciato con la radice allargata, zigomi e labbro superiore alzati;
Risposta fisiologica: battito cardiaco rallentato e bassa temperatura della pelle; maggiore resistenza cutanea;
Finalità: informare del malessere per stimolare gli altri ad offrire consolazione.

LA SORPRESA

È la risposta ad un evento inaspettato ed è l’emozione meno durevole.
Espressione del volto: occhi spalancati, sopracciglia sollevate, bocca aperta ed orientamento dello sguardo allo stimolo;
Risposta fisiologica: battito cardiaco rallentato, respirazione sospesa e diminuzione del tono muscolare;
Finalità: attivare uno stato di allerta funzionale alla percezione del nuovo evento/oggetto ed alla valutazione della sua pericolosità e del suo beneficio.

Ognuna delle emozioni primarie apre potenzialmente lo scenario ad un’intera gamma di altre emozioni che nascono dalla loro combinazione e dall’influenza del contesto e delle relazioni sociali. Tali emozioni vengono definite secondarie o complesse e sono: l’invidia, l’allegria, la vergogna, l’irritazione, l’ansia, la rassegnazione, la gelosia, la speranza, il perdono, l’offesa, la nostalgia, il rimorso, la delusione … (Ekman, Sullivan e Frank,1999). Per fare un esempio: il divertimento, la fierezza e l’eccitazione fanno parte della gioia, pur essendo manifestazioni emozionali più complesse e composite (Dalai Lama, Ekman, 2008; Ekman, Cordaro, 2011).
Ogni emozione può inoltre essere espressa sia attraverso modalità costruttive che distruttive (Dalai Lama, Ekman, 2008). Per emozione distruttiva si intende un’emozione che, superata una certa soglia, diventa dannosa per sé e per gli altri (Wallace, 2000). Come sottolineato dal Dalai Lama e Goleman (2011)1, le emozioni come la rabbia ed il disgusto, intrinsecamente associate ad una valenza distruttiva non sono da considerarsi sempre dannose: ogni emozione può essere definita costruttiva o distruttiva a seconda che essa abbia portato beneficio, condotto ad una maggiore collaborazione e compassione, o meno.
Se l’emozione mantiene la sua valenza di utilità rimane in ambito costruttivo, al contrario se raggiunge il punto di eccesso e non viene controllata scaturisce nella fascia distruttiva.

Nota 1 – Il 20 marzo del 2011 si è tenuto a Dharamsala, ai piedi dell’Himalaya, l’incontro tra il Dalai Lama ed alcuni tra i più famosi psicologi e neuroscienziati occidentali tra cui Goleman ed Ekman. Quello che ne scaturì fu un interessante dibattito in cui si confrontarono due tradizioni diverse che per molti anni hanno cercato di rispondere a domande comuni circa la natura della sofferenza umana ed il suo contrario la felicità.


EMOZIONI E SPORT

Per “sport” si intende “qualsiasi forma di attività fisica che, attraverso una partecipazione organizzata o non, abbia per obiettivo l’espressione o il miglioramento della condizione fisica e psichica, lo sviluppo delle relazioni sociali o l’ottenimento di risultati in competizioni di tutti i livelli” (Carta Europea dello Sport). Questo documento, approvato dalla 7° Conferenza dei Ministri Europei dello Sport nel 1992 a Rodi, fissa le misure necessarie che devono essere adottate per dare ad ogni individuo la possibilità di praticare lo sport e stabilisce che bisogna garantire a tutti i giovani la possibilità di beneficiare di programmi di educazione fisica per sviluppare le loro attitudini sportive di base, garantire a ciascuno la possibilità di praticare sport e di partecipare ad attività fisiche ricreative in un ambiente sicuro e sano (Mignardi e Marcolini, 2012).
Lo sport oggi dovrebbe essere considerato come un qualcosa che va oltre la semplice prestazione atletica o il raggiungimento di una vittoria: “Lo sport di cittadinanza pone al centro dell’attività sportiva non la prestazione ma l’individuo, la persona e le sue emozioni” (Filippo Fossati, presidente della UISP, Unione Italiana Sport per Tutti, 2007, Ufficio stampa UISP).
Di seguito verranno approfonditi i contributi della ricerca delle emozioni nell’ambito dei contesti sportivi, dagli anni ’80 ad oggi. Inizialmente saranno presentati gli studi che hanno attribuito maggiore influenza alle emozioni negative nel condizionare la qualità delle performance sportive. Verrà poi proposto il contributo di Hanin (2000), che, a differenza delle precedenti ricerche distingue le emozioni, non più solo in termini di positive e negative, ma attribuendo loro la valenza di funzionale e disfunzionale alla prestazione. Infine, saranno proposti i contributi più recenti che hanno conferito anche alle emozioni positive un ruolo centrale nel condizionare le prestazioni degli atleti.
Lo studio delle emozioni nei contesti sportivi negli anni ‘80 e ’90, si concentrò principalmente sui rapporti fra prestazioni sportive ed emozioni negative (Hardy, Parfitt e Pates, 1994; Lewthwaite e Scanlan, 1989; Passer, 1983; Parfitt e Hardy, 1987).
Ancora oggi, sono numerose le ricerche che hanno come oggetto di studio le emozioni negative, come la rabbia e la paura, in relazione ad aspetti connessi con l’attività sportiva. In particolare, diversi autori si sono interessati all’emozione della rabbia (Bolgar, Janelle e Giaccobbi, Jr., 2008; Maxwell e Visek, 2009; Maxwell, Visek e Moores, 2009), perché reputata estremamente influente nel condizionare la rapidità decisionale degli individui e nel creare situazioni di pericolo per sé (Bodenhausen, Sheppard e Kramer, 1994; Tiedens, 2001) e per gli altri (Kerr, 2006; Kirker, Tenenbaum e Mattson, 2000; Maxwell e Moores, 2007a, 2007b; Visek, Watson, Hurst, Maxwell e Harris, 2010).
Spielberger (1999, p.1) si è riferito alla rabbia, definendola “Stato emotivo caratterizzato da sensazioni soggettive che variano di intensità da lieve irritazione o fastidio a furia intensa e rabbia” e Deffenbacher (1999, p. 297) completò la descrizione, contestualizzandola nell’ambiente sportivo, aggiungendo che “la rabbia è un’emozione che scaturisce quando potrebbe accadere o è già accaduto qualcosa che lede la propria o altrui incolumità, o quando il comportamento di un avversario si dimostra sleale e scorretto, così come una decisione presa da terzi favorisce in modo immeritato un’altra persona”. Inoltre, secondo Averill (1982), la rabbia nei contesti sportivi si verifica con maggiore frequenza quando viene bloccato il percorso iniziato per il raggiungimento degli obiettivi prefissati e fortemente desiderati. Ancora, Deffenbacher (1999) ha descritto la rabbia come il risultato di tre fattori: eventi esterni (come il comportamento degli altri); immagini e ricordi che rievocano la combinazione di eventi esterni e rabbia (nella sindrome da stress post traumatico); e pensieri o emozioni provati ripensando a performance fallimentari.
Alla rabbia viene inoltre attribuita la capacità di attivare e guidare la motivazione ad agire, benché convenzionalmente non venga considerata un’emozione portatrice di moralità (Haidt, 2003).
Lazarus (1991) evidenziò che, nell’ambito sportivo, la rabbia è una delle emozioni che si innescano con maggiore frequenza perché facilmente suscitata dallo scontro fisico, dall’investimento crescente di impegno e dall’associazione fallimento-lesione della propria identità atletica, definita da Brewer, Van Raalte e Linder (1993, p.237) come “il grado in cui un individuo si identifica con il ruolo di atleta”. Quest’ultimo aspetto è stato avvalorato anche da un recente studio nel quale è emerso che l’identità atletica è significativamente e positivamente correlata con la rabbia e l’aggressività (Visek, Watson, Hurst, Maxwell e Harris, 2010): quanto più è radicato in un individuo il senso di identità come atleta, tanto più frequentemente sperimenterà emozioni come rabbia ed aggressività a seguito di sconfitte ed errori, e viceversa.
Proios (2012) ha svolto uno studio su un gruppo di 140 atleti ginnasti di differenti discipline (artistica, ritmica ed acrobatica) ed ha messo in relazione la tipologia di ginnastica con la sperimentazione di rabbia e quest’ultima con i livelli di competitività dell’ambiente di gara. Dalla ricerca sono scaturite significative differenze tra le discipline. Ovvero, nella ginnastica artistica ed acrobatica sono emersi livelli più alti di rabbia rispetto alla ginnastica ritmica, ma non si sono verificate significative differenze nell’espressione di questa emozione al variare del livello di competitività dell’ambiente di gara.
Il primo aspetto è stato spiegato da Proios (2012) essere condizionato dalla totale assenza di uomini nella ginnastica ritmica, essendo questa una disciplina unicamente femminile e, come testimoniato da numerose ricerche (Gilligan, 1977; Maxwell, Moores, 2007b; Maxwell et al, 2009; Ohbuchi et al. 2004), le donne tendono ad esternare con minore frequenza emozioni come rabbia ed aggressività.
Il secondo aspetto non ha confermato i risultati delle ricerche precedenti che imputavano alla percezione di competitività del contesto un’influenza diretta sugli stati emotivi (Maxwell, Visek e Moores, 2009), rivelando, invece che, per tutti gli atleti e le atlete, sia professionisti che dilettanti, l’attivazione di forti reazioni emotive, come rabbia ed aggressività, fosse causata da errori dei propri compagni di squadra, dalle valutazioni sbagliate dei giudici o dal mancato raggiungimento degli obiettivi prefissati. Quest’ultimo aspetto è congruente con le ricerche di Allen (2008), nelle quali si evidenziò che provocava forti reazioni di rabbia la mancata realizzazione di obiettivi, soprattutto se a questi era attribuito un forte riconoscimento sociale.
Un’ulteriore emozione negativa alla quale la psicologia dello sport ha attribuito particolare influenza nel condizionare la performance agonistica, è stata la paura. Tale emozione, nei contesti sportivi, è spesso stata associata al timore di:
– perdere o fallire (Conroy, Elliot, 2004), che spinge gli atleti a commettere più facilmente errori o ad abbandonare progetti di vincita;
– procurarsi un infortunio (Tripp, Ebel-Lam, Stanish, Brewer e Birchard, 2011), che influisce sulla fiducia che gli atleti hanno nelle proprie capacità e potenzialità, portandoli a valutare la propria prestazione di livello inferiore rispetto a quando la eseguono senza provare paura.
In riferimento a quest’ultima accezione della paura, Kori, Miller e Todd (1990, p.37) hanno definito la kinesiophobia come la “paura irrazionale e debilitante di effettuare determinati movimenti che porta ad una sensazione di vulnerabilità a lesioni dolorose o infortunio”. Questa specifica paura è stata collegata al peggioramento del livello di qualità delle prestazioni fisiche (Vlaeyen, Kole-Snijders, Boeren, e van Eek, 1995) ed alla conseguente demotivazione che porta ad impegnarsi meno nelle attività che possono portare ad un infortunio (Kori, Miller e Todd, 1990; Vlaeyen, Kole-Snijders, Boeren, e van Eek,1995).
Parallelamente a questi studi di carattere nomotetico, negli anni ’80 acquistò sempre maggiore importanza un filone di ricerche basato su un approccio idiografico. Mentre il primo approccio studia i fenomeni secondo regolarità e cercando gli elementi generali, il secondo si propone di delineare i nessi di influenza delle emozioni su un piano individuale e specifico per ogni atleta.
Uno degli esponenti dell’approccio idiografico fu Hanin (1980), che formulò la teoria della zona individuale di funzionamento ottimale (IZOF, Individual Zone of Optimal Functioning , illustrata in Fig.4) secondo la quale ogni atleta possiede la sua zona ottimale di ansia in cui riesce a realizzare prestazioni ottimali. L’ansia è definita uno stato di aumentata vigilanza contrassegnata da un’elevata attivazione emotiva (arousal), definita da Hanin (2000) come il grado e l’intensità con cui viene vissuta una determinata emozione. In generale, l’ansia permette all’individuo di anticipare la percezione di un eventuale pericolo prima che questo sopraggiunga, attivando specifiche risposte che spingono da un lato all’identificazione della strategia più adeguata per affrontarlo, dall’altro, all’evitamento e all’eventuale fuga (Weinberg, Gould, 1995).
In particolare, come indicato da Hanin (1980), l’acronimo IZOF sintetizza i seguenti concetti:
Individual: la zona di funzionamento ottimale è specifica ed individuale per ogni atleta. Un determinato livello di ansia può essere infatti funzionale o disfunzionale a seconda della disciplina praticata, della sezione di gara in cui si verifica e delle caratteristiche personali dell’atleta.
Zone: si tratta di un campo di valori superato il quale la prestazione decade. Nella zona di funzionamento ottimale si ottiene potenzialmente la performance migliore.
Optimal Functioning: ogni atleta esprime un livello (che va stabilito individualmente) ottimale di ansia funzionale per il raggiungimento della prestazione più elevata.

Fig. 2 – Zona di Funzionamento Ottimale (IZOF), Hanin (1986)

Successivamente Hanin (1997) perfezionò il modello, estendendo la zona di funzionamento all’analisi di stati emozionali positivi/negativi che possono avere un impatto funzionale o disfunzionale sulla prestazione.
Un approccio basato solo sull’analisi degli stati d’ansia non era infatti in grado di spiegare ogni situazione particolare in cui si può trovare l’atleta, perché andava ad escludere tutta una gamma di emozioni positive e negative che possono influire sulla prestazione atletica (Hagtvet, Hanin, 2007).
Il nuovo approccio permise di valutare l’esperienza emozionale del singolo atleta ed i relativi effetti, funzionali o disfunzionali, prodotti dalle emozioni positive e negative sulla prestazione. Fondamentale diviene quindi l’analisi delle emozioni, non più solo attribuendogli una valenza positiva e negativa, ma valutando in che misura queste possono essere funzionali, in un determinato atleta, per ottenere buone prestazioni (Hanin, 2000).
Le emozioni possono essere quindi classificate in (Hanin,1997, 2000):
positive funzionali (P+: pleasant and functionally optimal emotions);
negative funzionali (N+: unpleasant and functionally optimal emotions);
positive disfunzionali (P-: pleasant and dysfunctional optimal emotions);
negative disfunzionali (N-: unpleasant and dysfunctional optimal emotions).

La Figura 3, propone un esempio di applicazione del modello, in cui la IZOF coincide con l’area in cui le emozioni positive e negative sono facilitanti per la prestazione in un determinato atleta.

Fig. 3 – Profilo individuale delle emozioni ottimali per l’atleta “x” (Hanin, 1997)

L’approccio indicato da Hanin (1997), consente quindi di: a) analizzare in termini qualitativi e quantitativi l’esperienza emozionale soggettiva tipica della prestazione atletica di alto livello, permettendo di valutare quali emozioni caratterizzano le prestazioni migliori e peggiori e qual è il loro grado di intensità; b) valutare e prevedere quale effetto producono sulla prestazione sportiva le emozioni positive e negative provate dall’atleta prima della gara.
In particolare, Cei (1998) sottolinea l’importanza di determinare tale zona attraverso un’intervista agli atleti, in cui vengano esplorati i seguenti aspetti: a) quali sono le emozioni piacevoli/spiacevoli che svolgono un’azione facilitante sulle loro prestazioni e viceversa quali sono quelle emozioni positive e negative che agiscono in modo limitante sulle loro prestazioni; b) con quale intensità si manifestano queste emozioni; c) quali sono i gradi di variazione delle singole emozioni.
Al fine di giungere a definire con esattezza il profilo individuale, questa valutazione dovrebbe essere ripetuta includendo sia situazioni di ricordo di prestazioni ottimali passate, sia anticipazioni di come l’atleta si sentirà poco prima dell’evento sportivo successivo e sia misurazioni effettuate nel periodo pre-gara. In un secondo momento dovranno essere definite delle strategie individuali atte a migliorare la capacità di entrare in questa condizione. Secondo Hanin (2000) tali procedure sono efficaci anche per migliorare la consapevolezza dell’atleta e l’abilità a predire ed a regolare il proprio sistema emotivo prima degli eventi sportivi più importanti.
Il modello nel complesso spiega la relazione bidirezionale tra le emozioni degli atleti e le loro prestazioni, poiché non solo le emozioni pre-gara influiranno sulla performance, ma anche il feedback, generato dal risultato della prestazione, andrà ad influire sulla scelta delle emozioni reputate funzionali o disfunzionali per le successive competizioni (Robazza, Pellizzari e Hanin, 2004).
Kouli, Bebetsos, Kamperis e Papaioannou (2010), riprendendo il modello IZOF di Hanin, hanno evidenziato l’importanza, per gli atleti ed i rispettivi coaches, di prendere i considerazione con maggiore attenzione le emozioni positive reputate funzionali per la prestazione, perché sono queste ad esercitare maggiore peso sullo stato emotivo dell’atleta prima e durante la competizione, così come ad influire più di altre sulla fiducia che l’atleta ha in se stesso e nelle proprie capacità. Dallo studio è emerso infatti che in tutti gli atleti esaminati (nuotatori, giocatori di pallanuoto, wrestlers, taekwondo), indipendentemente dalla disciplina praticata:
a) l’intensità delle emozioni positive e funzionali alla prestazione (P+), ha raggiunto valori più elevati rispetto alle emozioni negative e funzionali alla performance (N+) ed a quelle positive e negative disfunzionali (P-,N-);
b) emerge una correlazione significativa tra le emozioni positive nella zona di funzionamento ottimale e la self-confidence degli atleti, ovvero la convinzione di essere in grado di eseguire correttamente un gesto tecnico ed avere le capacità per dimostrarsi competitivi nel proprio sport (Feltz e Chase,1998).
Solo negli ultimi anni le emozioni positive hanno ottenuto la giusta attenzione dalla psicologia dello sport, che ne ha esplorato la relazione con molti degli aspetti che hanno un’influenza diretta sulla prestazione (McCarthy, 2011) come l’attenzione, la rapidità decisionale e la fiducia in sé (Jones, Meijen, McCarthy e Sheffield, 2009).
Savardelavar ed Arvin (2012), hanno approfondito la relazione esistente tra la gioia ed i risultati delle competizioni, individuando una correlazione significativa e positiva tra l’esperienza di vincita e l’emozione della gioia. Ovvero, coloro che provano livelli di gioia più alti, prima o durante la competizione, sperimentano più frequentemente prestazioni vincenti, e viceversa.
Inoltre, quando gli atleti provano emozioni positive, come gioia, orgoglio e felicità, sono portati ad ampliare la loro attenzione verso l’esterno, divenendo più ricettivi nel cogliere le informazioni provenienti dai propri compagni di squadra o dai propri avversari e sono più predisposti ad esprimere i propri pensieri in modo diretto ed assertivo (Carver, 2003; Fredrickson, 2001; Oatley, Keltner e Jenkins, 2006).
Tuttavia, secondo Skinner e Brewer (2004), emozioni come gioia, euforia e felicità, se da un lato hanno un’influenza diretta su aspetti importanti per la buona riuscita di una prestazione come la fiducia e l’autostima, dall’altro possono rendere l’atleta troppo sicuro delle proprie capacità da portarlo a sottovalutare le reali difficoltà delle situazioni in cui si deve cimentare. Appare quindi importante, come sottolineato da Jones, Meijen, McCarthy e Sheffield (2009), che gli atleti siano in grado di controllare ed autoregolare le emozioni che possono danneggiare le loro performances, considerando come funzionali solo quelle che permettono di ottenere buone prestazioni, indipendentemente dalla loro valenza positiva o negativa (Tenenbaum, Edmonds, e Eccles, 2008). Ritorna quindi la prospettiva proposta da Hanin (2000) secondo la quale ogni emozione nella zona ottimale di funzionamento, che sia positiva o negativa, può portare l’atleta a raggiungere buone prestazioni. La funzionalità dell’emozione resta quindi legata ad ogni caso specifico: una rabbia intensa può dimostrarsi non funzionale per un atleta impegnato in un’attività di precisione come il tiro con l’arco, o al contrario necessaria per aiutare un giocatore di rugby a sfondare la linea avversaria (McCarthy, 2011).
Altri studi si sono occupati di analizzare quali fattori possono influire sul manifestarsi o meno di una determinata emozione nel contesto sportivo. Di seguito sono citati alcune delle ricerche più recenti.
Allen, Jones, Sheffield, (2009) hanno evidenziato che quando i membri di una squadra si attribuiscono il merito dei propri risultati, ritengono di controllare le cause delle proprie azioni ed hanno percezioni di efficacia collettiva buone, ovvero sono convinti che la squadra di cui fanno parte è in grado di organizzare ed eseguire le azioni necessarie per produrre i risultati prefissati (Bandura, 2000), sviluppano più frequentemente emozioni positive. Allo stesso modo se la squadra sperimenta una sconfitta ed attribuisce la sua causa all’errore di un singolo, i suoi membri saranno portati a sviluppare rabbia ed aggressività di intensità proporzionata all’importanza conferita alla partita (Naquin e Tynan, 2003).
Ulteriori ricerche (Dewar, Kavussanu, 2011, 2012), hanno evidenziato che se gli atleti si concentrano sulla loro prestazione rispetto al risultato finale della competizione, al termine della performance svilupperanno più facilmente emozioni positive come la gioia, mentre se hanno attribuito importanza all’essere migliori dei propri avversari, sperimenteranno con maggiore frequenza emozioni come l’orgoglio, nel caso l’obiettivo venga realizzato, o tristezza in caso di perdita.
Lo studio di Moll, Gordet e Pepping (2010), ha dimostrato inoltre che ben il 66% dei calciatori a seguito del risultato positivo del calcio di rigore esprimono chiaramente emozioni positive, nella maggior parte dei casi orgoglio e con minore frequenza gioia. Quest’ultimo aspetto è coerente con gli studi di Tracy e Robins (2004, 2007a) che ha evidenziato una relazione positiva e significativa tra il provare orgoglio ed il goal, poiché l’orgoglio è l’emozione che meglio esprime la soddisfazione per il raggiungimento di un obiettivo (Tracy e Robins, 2007b).

In conclusione, lo studio delle emozioni, in particolare quelle positive, nei contesti sportivi è sempre più diffuso, avendo ormai evidenziato attraverso numerose indagini l’influenza di queste sulla performance degli atleti sia direttamente, favorendola o ostacolandola, che indirettamente condizionando aspetti mediatori della prestazione come la fiducia in se stessi, l’attenzione e l’impegno (McCarthy, 2011; Jones, Meijen, McCarthy e Sheffield, 2009).

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Umberto Manili
Psicologo dello Sport – Coordinatore Settore Psicologia Istituto Medicina e Scienza dello Sport – C.O.N.I.
Miriam Palange
Laurea specialistica in Formazione, Comunicazione e Innovazione nei Contesti Sociali e Organizzativi

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