Focus On

ALZHEIMER: DA STOCCOLMA TUTTE LE NOVITÀ

alzheimer

di Daniela OVADIA (dal sito www.okmedico.it)

TRA 50 ANNI MOLTI PIÙ CASI
Nel 2050 i casi di malattia di Alzheimer saranno tre volte più numerosi di adesso. Lo ha annunciato un gruppo di epidemiologi dell’università di Chicago nel corso della recente Conferenza Internazionale sulle demenze tenutasi a Stoccolma. La stima riguarda la popolazione statunitense, essendo stata fatta su dati raccolti dai Centers for Disease Control di Atlanta, ma, poiché la tendenza della diffusione della malattia è simile in tutti i Paesi, la proiezione è da ritenersi valida anche per l’Europa.
“La diffusione aumenterà, ovviamente, nella fascia di età superiore agli 85 anni” afferma Denis Evans, coordinatore dello studio. “La maggiore sopravvivenza dovuta allo sviluppo di terapie adatte alle più frequenti malattie geriatriche accresce la probabilità individuale di sviluppare questo tipo di demenza”. Èinfatti ormai certo che, entro certi limiti, le degenerazioni amiloidi tipiche della malattia di Alzheimer sono presenti, in quantità variabile, anche nel processo fisiologico di invecchiamento e si dimostrano tanto più invalidanti quanto più si procede con l’età. Una stima effettuata nel 2001 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità individuava circa 37 milioni di pazienti affetti da demenza nel mondo: di questi circa otto su dieci sono affetti da Alzheimer. Non a caso la ricerca in questo campo non si arresta mai e le nuove scoperte sono orientate al trattamento sempre più precoce della malattia, con lo scopo di rallentarne l’inevitabile progressione con il suo corteo di costi sociali e umani.

UNA PET SPECIFICA AIUTA LA DIAGNOSI
Un aiuto concreto in questa direzione giunge dall’Università di Pittsburgh, negli Stati Uniti, dove per la prima volta è stato messo a punto un mezzo di contrasto, chiamato componente Pittsburgh B o PIB, in grado di segnalare, nel corso di una tomografia a emissione di positroni (PET), la presenza di placche di amiloide. La scoperta consentirà di fare diagnosi di Alzheimer anche in fase preclinica, ma, soprattutto, di valutare l’efficacia di farmaci vecchi e nuovi sulla malattia. La maggior parte delle sostanze in commercio è infatti indirizzata contro le placche di amiloide anche se fino a oggi non è stato possibile quantificarne l’effetto in modo obiettivo.
“Ci è voluto molto tempo per mettere a punto questo mezzo di contrasto” ha detto William Klunk, dell’Università di Pittsburgh, nel corso del convegno di Stoccolma. “I problemi erano infatti numerosi: deve oltrepassare la barriera ematoencefalica, legarsi all’amiloide e non essere tossica per l’organismo. Inoltre la singola placca è invisibile all’occhio umano, persino col microscopio. Ciò che si vede, con la nostra tecnica, sono le aree di deposito della sostanza”. Il mezzo di contrasto è stato usato su nove pazienti e su altrettanti soggetti sani. I risultati sono inequivocabili: i cervelli dei malati mostrano aree di captazione molto diffuse. Inoltre, grazie a questa tecnica di neuroimmagine, è possibile distinguere forme diverse della malattia: un deposito prevalentemente frontale, per esempio, rende ragione di una sintomatologia psichiatrica predominante e consente di mettere a punto trattamenti specifici. Il PIB è però ancora una sostanza sperimentale: per poterla usare correntemente sono necessari ulteriori studi che ne confermino l’innocuità.

ANCORA BUONE NOTIZIE DALLE STATINE
La conferenza svedese ha fornito notizie interessanti anche in campo terapeutico. Dal punto di vista della prevenzione è stata confermata l’efficacia delle statine. In uno studio dell’Università di Boston su 895 pazienti e su 1.483 familiari, le molecole anticolesterolemiche hanno dimostrato di essere in grado di ridurre del 39 per cento il rischio di sviluppare la malattia.
“Il colesterolo, una volta penetrato nel cervello, agisce come una sorta di collante nei confronti dei precursori dell’amiloide” spiega Robert Green, autore dello studio. “Ma il nostro studio è ancora solo indicativo, dato che coinvolge un piccolo numero di malati”. Una nuova ricerca su un maggior numero di malati dovrebbe partire nei prossimi mesi grazie al National Institute of Aging statunitense. Verrà utilizzata la simvastatina. “Tutte le statine penetrano attraverso la barriera ematoencefalica e sono in grado di agire a livello cellulare” spiega Green. “La simvastatina, però, sembra un po’ più efficace delle altre in questo compito, ed è esattamente ciò che lo studio dovrà dimostrare. Nel frattempo non vi sono ancora sufficienti prove da indurre i medici a prescrivere le statine al solo scopo di prevenire questa forma di demenza”.

GLI ANTINFIAMMATORI, INVECE, NON SERVONO
Marcia indietro, invece, per quanto riguarda l’utilità degli antinfiammatori. Uno studio della Georgetown University di Washington dimostra che questa categoria di farmaci non ha alcun effetto sulla progressione del declino cognitivo. “Abbiamo selezionato 351 pazienti e li abbiamo trattati per 12 mesi con rofecoxib a 25 mg al giorno, naprossene a 200 mg due volte al giorno o con placebo” spiega Paul Aisen, autore della ricerca. “Lo scopo era di verificare se ci fossero differenze di efficacia tra antinfiammatori non steroidei selettivi o non selettivi”.
L’outcome primario della ricerca era la misura della performance cognitiva a 12 mesi rispetto alle prestazioni di base, misurate usando l’Alzheimer’s Disease Assesment Scale (ADAScog), una delle scale di valutazione più diffuse. In seconda istanza, invece, sono stati valutati eventuali cambiamenti nella vita di tutti i giorni, tra cui l’istituzionalizzazione e il decesso. “I cambiamenti nelle prestazioni cognitive nei tre gruppi non sono statisticamente significative” spiega Aisen. “Sono invece più frequenti i sanguinamenti gastrointestinali nei gruppi trattati rispetto al gruppo placebo. L’ipotesi infiammatoria nella genesi della malattia di Alzheimer è affascinate, ma ancora non sufficientemente provata”.

PREVENZIONE DELLA DISABILITÀ PRECOCE E MOVIMENTO PER I PAZIENTI CON M. DI ALZHEIMER

di Alberto CESTER

L’attività motoria è da intendersi nella terza età come una medicina. E’ scientificamente dimostrato come una attività motoria continuativa migliori la velocità della marcia ed i metri percorsi. Si sa da sempre come corpo e mente siano intimamente collegati, lo “star bene” è un sottile equilibrio tra sensazioni del corpo e della mente e tale sensazione ha molto a che fare con la cosiddetta “ecologia di vita” che è individuale. Ovviamente ogni attività motoria dovrà essere personalizzata in base alle caratteristiche della persona, alle funzioni d’organo individuali e correlata al modello di invecchiamento del singolo.
Sappiamo ormai perfettamente come nell’invecchiamento fisiologico, la forza si riduca in genere con il passare degli anni, raggiungendo un acme verso i 30 anni e riducendosi fino ad oltre il 30-40% all’età di 80 anni. Tale decremento si collega con una involuzione di vari sistemi e meccanismi organici di controllo, ma soprattutto con quella che si definisce sarcopenia, riduzione delle fibre muscolari nobili, prevalentemente quelle a contrazione rapida. Parallelamente diminuisce con l’età in entrambi i sessi, la quantità di ossigeno consumato nello sforzo massimale. Invecchiamento articolare, usura dei sistemi capsulo-muscolo-ligamentosi, deficit muscolari acquisiti e patologie delle articolazioni antigravitarie collegate all’età fanno il resto …
Di fronte alla demenza di Alzheimer, malattia caratterizzata da perdita cronica di funzioni oltre che cognitive motorie specie nelle fasi più avanzate, sappiamo come il movimento quotidiano e l’attenzione al peggioramento delle performance motorie e dei passaggi di postura dovrà essere alta e costante.
Va insegnato ai parenti ed ai care giver formali ed informali che il movimento è parte integrante del processo di cura, alla stregua delle medicine, delle attenzioni protesico ambientali e dei comportamenti assertivi in risposta alle reazioni catastrofiche, che spesso costellano il panorama assistenziale di questi soggetti. Talvolta l’attività motoria costante, la sola passeggiata, in ambiente tranquillo con persone conosciute e care, può rappresentare una valida opposizione a comportamenti motori aberranti (vagabondaggio), a difficile riposo notturno (compresa la sun down sindrome) e ad episodiche agitazioni incontrollabili talora anche dai farmaci.
Le fasi più delicate della malattia di A. oltre a quelle collegate all’esplosione dei disturbi del comportamento e para psicotici, alla perdita di funzioni di controllo degli sfinteri sono quelle collegate al peggioramento delle capacità di movimento. Iniziano le incertezze della marcia, la regressione delle più elementari attività di controllo delle cadute cioè la scomparsa delle cosiddette “reazioni di protezione a paracadute”, che ognuno di noi attiva spontaneamente di fronte ad un pericolo motorio di caduta accidentale (ad esempio l’estensione in avanti delle braccia per proteggersi dopo essere inciampati).
L’ipocinesia, il rallentamento motorio globale, divengono così un altro dei passaggi “luttuosi” della malattia, in cui anche la “passeggiatina” quotidiana con il proprio caro viene negata al care giver.
La prevenzione della disabilità è la vera e forse unica medicina per gli anziani, in particolare per i dementi diviene uno dei fondamenti di valutazione anche dei risultati delle terapie. L’ipomobilità, l’incertezza del cammino, la difficoltà nei trasferimenti e nei dietro front, sono spesso l’anticamera di rovinose cadute, di fratture e di perdita dell’autonomia, se non di richiesta di istituto o peggio di morte.
È chiaro che ogni richiesta di performance motorie e di indicazioni a queste attività anche di base, deve essere supportata da una buona conoscenza personale del caso da parte del Medico (concetto di alleanza terapeutica, particolarmente importante tra medico e care giver nella demenza).
L’allenamento alle attività motorie continuativo è una delle attività preventive all’immobilità della terza età. Ovviamente ognuno sa in genere quanto poter chiedere al proprio fisico in termini di prestazioni, questa regola non vale per i pazienti con disturbi cognitivi, che vanno avviati con cautela alle attività motorie anche con programmi di ginnastica dolce. Il paziente per sottoporsi ad esercizi ginnici anche semplici e coscienti deve essere ancora cognitivamente se non completamente integro, abbastanza presente, da poter eseguire e comprendere i gesti richiesti dal terapista.
L’aprassia cioè l’incapacità di comprendere ed eseguire gesti anche semplici, che magari passivamente guidati si sanno ancora compiere, ostacola ogni programma cosciente di esercizi di gruppo. Spesso anche le ultime funzioni imitative specie nelle fasi avanzate della malattia, scompaiono, impedendo al paziente ogni approccio cosciente ad attività motorie controllate e corticalizzate.
La perdita di schemi motori e funzioni segmentarie e complesse nell’esecuzione dei gesti è talvolta talmente drammatica nelle fasi avanzate della cosiddetta regressione o (con termine più aggiornato da B. Reisberg dell’Università di New York) retrogenesi della malattia, da equiparare i comportamenti motori dei dementi di Alzheimer alle attività neurologiche gerarchiche primordiali dei primi anni di vita del bambino.
Il movimento rappresentato dalla passeggiata di un paio di chilometri al giorno è spesso una delle poche medicine prescrivibili dopo alcuni anni di malattia.
Va quindi salvaguardata e gestita come un rituale terapeutico irrinunciabile e troppo spesso dimenticato da medici e care giver.

NEWS 2006: Diminuzione della Performance Fisica può precedere esordio della Demenza

Una scarsa performance fisica è associata ad un aumento del rischio di demenza e morbo di Alzheimer: la diminuzione della funzionalità motoria potrebbe dunque precedere la comparsa dei danni cognitivi. Segni identificativi associati alla progressione verso la demenza aiuterebbero nella previsione dello sviluppo della demenza, ed avrebbero importanti implicazioni per eventuali interventi volti a rallentare la progressione verso queste devastanti malattie. In base al presente studio, il rallentamento della deambulazione ed uno scarso equilibrio potrebbero
essere correlati alla demenza, e potrebbero intervenire in uno stadio precedente rispetto al danno cognitivo. La mancanza di forza alla presa della mano, invece, interverrebbe durante uno stadio successivo, quando il danno cognitivo è già evidente (Arch. Intern. Med. 2006; 166: 1115-20).

**


Lascia il tuo commento

Devi essere loggato per inviare un commento Login

Hai trovato l'articolo interessante, cosa ne pensi, lasciaci un commento?

Lascia un Commento

Top

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi