Focus On

CICLISTA CUORE GENEROSO

Aerobico-e-Anaerobico

Di Roberto Corsetti

La pratica di sport aerobici, e in particolare del ciclismo, può favorire sensibilmente la prevenzione dell’infarto. Vediamo come.

In questi ultimi decenni, il progresso dei mezzi di trasporto ha permesso all’uomo di superare con facilità mari e montagne e di spostarsi con incredibile velocità da una parte all’altra del mondo. Lo sviluppo di macchine sempre più perfette e capaci di funzionare autonomamente, grazie all’impiego dei computer, ha inoltre fatto sì che lavori assai faticosi potessero essere effettuati con il minimo sforzo. L’avvento dell’automazione, del controllo a distanza e della robotica ha portato a una significativa riduzione dell’attività fisica, ma ha anche rappresentato una delle maggiori cause della più grande epidemia che l’uomo abbia mai conosciuto: la malattia coronaria, ossia il progressivo deterioramento delle arterie coronarie, che sono le arterie che portano sangue e, con esso, ossigeno al cuore. Il lume delle arterie coronarie si restringe per una progressiva deposizione di grasso (colesterolo) sulle pareti, condizione conosciuta come “aterosclerosi”.

Il risultato
Il risultato è una riduzione del flusso sanguigno e, quindi, dell’ossigeno che raggiunge il cuore (ischemia). Il cuore, ricevendo meno ossigeno, dapprima “si lamenta”, e il segnale di questo lamento è il dolore (angina), ma successivamente, perdurando o aumentando il deficit di ossigeno, la situazione può precipitare fino alla comparsa di un infarto (che è rappresentato dalla morte di tutte le cellule che occupano quella regione del muscolo cardiaco che riceveva meno sangue) o, addirittura, della morte improvvisa. Coloro che sopravvivono all’infarto devono necessariamente confrontarsi con la triste realtà che la morte può sopraggiungere con un altro infarto e che, in tutti i modi, la qualità della vita è irrimediabilmente compromessa.

Quali cause?
La malattia delle coronarie (cardiopatia ischemica), che – come detto – è la causa dell’infarto e/o della morte improvvisa, inizia a svilupparsi inesorabilmente nei primi anni di vita. Essa, molto semplicemente, è caratterizzata dalla formazione, sul pavimento che riveste le coronarie, di una o più placche ripiene di grassi (in prevalenza colesterolo), che progressivamente crescono fino a restringere e chiudere del tutto il lume del vaso. Quando il sangue non riesce più a passare, una regione più o meno grande del cuore non riceve più sangue, e quindi l’ossigeno indispensabile per la vita delle cellule cardiache, e va incontro alla morte (infarto). Tale malattia mostra uno sviluppo precoce e rapido, e da ciò ne deriva che è necessario concentrare gli sforzi sulla prevenzione in età giovanile. A tal fine, è utile conoscere i principali fattori di rischio (vedi il riquadro “I fattori di rischio”), ossia quelle malattie o abitudini di vita o situazioni contingenti che favoriscono lo sviluppo delle lesioni sulle coronarie. Una familiarità positiva con malattie delle coronarie (padre o madre o nonni con cardiopatia ischemica) rende ovviamente il soggetto più suscettibile a sviluppare egli stesso la malattia, ma anche con l’età avanzata aumenta notevolmente il rischio di sviluppare la malattia. Per quanto riguarda il sesso, il maschio è più a rischio della femmina in età fertile, poiché la donna appare notevolmente protetta dall’elevato tasso di ormoni estrogeni. La situazione, però, cambia dopo la menopausa: da quel momento in poi il sesso femminile ha quasi le stesse probabilità di sviluppare la malattia rispetto al maschio. Probabilmente, comunque, i più minacciosi fattori di rischio sono costituiti dagli elevati livelli di colesterolo nel sangue o “ipercolesterolemia”, dai valori elevati di pressione arteriosa o “ipertensione”, dal diabete, dal fumo di sigarette e dall’obesità. Notevole importanza nel determinare la lesione delle coronarie, poi, è rivestita da alcuni aspetti di tipo caratteriale e psicologico. In particolare, un temperamento irascibile e la suscettibilità allo stress, tipica di quegli individui con una personalità che si lascia condizionare negativamente dagli eventi e appaiono sempre “a tutta”, concitati e nervosi, predispongono allo sviluppo della malattia.

Ma anche l’inattività fisica
Ma anche l’inattività fisica e la vita sedentaria risultano in grado di promuovere o potenziare la malattia, anche se non si ritiene che esista un rapporto diretto causa-effetto: di sicuro essa risulta strettamente associato all’eccesso di peso che, quasi sempre, scaturisce dal sedentarismo. Tra tutti questi fattori alcuni sono modificabili, ossia possono essere influenzati positivamente da una corretta prevenzione e da una condotta di vita sana o, anche, dalle terapie mediche, mentre altri devono essere considerati non modificabili (familiarità, età e sesso).

L’utilità dell’esercizio fisico
L’attività motoria serve a mantenere sveglia la “memoria” di tutte le cellule, perché esse non dimentichino mai la funzione specifica per la quale sono state “progettate”: il movimento. Come detto, il diffondersi dei mezzi di locomozione, della televisione e del computer, ha ridotto progressivamente la necessità di doversi muovere “con le proprie gambe”, con gravi conseguenze non solo sulla forza muscolare, che diminuisce, e sulla capacità di resistere agli sforzi, anche essa ridotta, ma anche sull’aumento di peso, sull’aumento del colesterolo nel sangue e dei valori minimi e massimi di pressione arteriosa. Tutto ciò si traduce in una minore aspettativa di vita, se è vero, come è stato ampiamente dimostrato, che “l’attività fisica aggiunge anni alla vita e vita agli anni”. Tra i meccanismi attraverso i quali l’esercizio fisico allunga la vita e ne migliora la qualità, evidenziamo la riduzione della pressione arteriosa e del colesterolo nel sangue e il miglioramento della funzione e della resistenza dell'”endotelio”, ossia il pavimento delle arterie in genere e, quindi, anche delle coronarie, che così si difende meglio dagli attacchi dei vari fattori di rischio e non sviluppa, o perlomeno sviluppa assai più lentamente, le lesioni tipiche, ossia le placche. Peraltro, gli individui che praticano regolarmente attività fisica riescono più facilmente a mantenere il peso forma e sono meno propensi a fumare, limitando così l’influenza negativa di altri due pericolosissimi fattori di rischio. Si deve però fare una netta distinzione tra sport di potenza (lotta, sollevamento pesi, body building) e sport di durata aerobici (ciclismo, corsa a piedi, sci di fondo), poiché solo questi ultimi si sono dimostrati in grado di procurare dei vantaggi sulla salute e, in particolare, sulla prevenzione della cardiopatia ischemica, laddove gli sport di potenza, viceversa, possono avere effetti addirittura controproducenti. Sono ormai numerosi gli studi che dimostrano una riduzione dell’incidenza della cardiopatia ischemica negli individui che praticano un’attività fisica, lavorativa o anche solo ricreativa, rispetto a coloro che vivono nell’ozio.

Riduzione del colesterolo
I molteplici studi effettuati sull’argomento hanno dimostrato che la pratica costante di una disciplina sportiva come il ciclismo modifica significativamente l’assetto dei grassi (lipidi) presenti nel sangue, e ciò accade indifferentemente sia nei soggetti che mostrano normali livelli di colesterolo sia in coloro che presentano, già di base, una ipercolesterolemia. Il principale effetto dell’esercizio fisico aerobico appare, senza dubbio, la diminuzione del tasso dei trigliceridi e del colesterolo “cattivo”, ossia quello che rovina le arterie ed è conosciuto come colesterolo LDL. Ancora più significativo è l’aumento, indotto dall’attività fisica, del colesterolo “buono”, anche detto HDL, che è poi quella parte di colesterolo che serve “ad allontanare dal sangue il colesterolo cattivo” e che rappresenta uno tra i più efficaci fattori protettivi nei confronti della cardiopatia ischemica. Un meccanismo assai importante nel determinare l’effetto benefico dell’attività fisica di tipo aerobico sulla quantità di grassi presenti nel sangue sembra essere la perdita di peso. Infatti, pare che l’aumentato rischio di ammalarsi di cardiopatia ischemica, tipico degli obesi, dipenda in gran parte da uno sfavorevole assetto lipidico e, in particolare, dalla diminuzione del colesterolo HDL o buono. Più di uno studio ha dimostrato che individui praticanti con regolarità il ciclismo su strada, calando di peso, presentano un aumento dei livelli del colesterolo buono. Alcuni ricercatori anglosassoni hanno diviso un gruppo di soggetti tra i trenta e i sessant’anni, in sovrappeso e con elevati livelli di colesterolo, in tre sottogruppi. Al primo hanno fatto effettuare un allenamento costante e regolare, per circa tre mesi, con sedute di ciclismo su strada o in laboratorio (cicloergometro), al secondo hanno consigliato una dieta alimentare da seguire ugualmente per tre mesi, al terzo hanno indicato di non cambiare affatto le abitudini di vita e alimentari. I ricercatori hanno evidenziato una maggiore perdita di peso in coloro che avevano seguito una dieta rispetto a quelli sottoposti a esercizio aerobico, una riduzione del colesterolo cattivo simile nei due gruppi e un aumento del colesterolo buono HDL assai più marcato in coloro che avevano effettuato attività ciclistica rispetto a coloro che erano stati sottoposti alla dieta. Quindi, appare evidente come un esercizio fisico aerobico, quale è il ciclismo, possa influenzare positivamente l’assetto lipidico e svolgere una significativa opera preventiva nell’impedire l’insorgenza o la progressione della malattia delle coronarie.

Riduzione della pressione
La pratica continuativa e metodica di una disciplina sportiva aerobica riduce i due valori della pressione arteriosa a riposo, sia il valore massimo (pressione sistolica) che quello minimo (pressione diastolica). Inoltre, gli sportivi impegnati in discipline aerobiche mostrano un rischio minore di sviluppare ipertensione arteriosa e sembrano meno vulnerabili all’insorgenza dell’ipertensione causata da regimi dietetici ipercalorici e/o particolarmente ricchi di sale e dallo stress. Inoltre, gli individui sedentari risultano più predisposti a sviluppare ipertensione arteriosa nel corso degli anni rispetto agli sportivi e a coloro che, in genere, presentano buone o elevate capacità prestative. La pratica del ciclismo è inoltre in grado di ridurre i valori di pressione arteriosa in quei soggetti che hanno già iniziato a mostrare valori elevati. In quest’ultimo caso risulta però difficile capire se la riduzione della pressione, ottenuta con la pratica di una disciplina come il ciclismo, sia o meno dipendente dalla riduzione di peso. La maggior parte degli autori è propensa a credere che non ci sia un nesso con la perdita di peso, ma ancora si discute e non vi è nulla di sicuro. È però possibile affermare con certezza che la pratica di uno sport come il ciclismo previene l’insorgenza dell’ipertensione e presenta effetti positivi indiscutibili nel trattamento dell’ipertensione, tanto che lo si raccomanda, insieme ad altre misure (dieta, perdita di peso, regime alimentare iposodico), ai soggetti che presentano forme iniziali lievi di ipertensione.

Effetti sul fattore psicologico
La pratica costante del ciclismo produce una sensazione soggettiva di benessere e piacere, che però risulta difficilmente misurabile. È dimostrato come l’attività fisica comporti un aumento delle endorfine, ormoni che donano una sensazione di benessere e un atteggiamento positivo, nei confronti della vita, caratterizzato da una grande fiducia in se stessi e un notevole ottimismo. In tal senso è consigliabile raccomandare la pratica del ciclismo a tutti coloro che non riescono a liberarsi dell’ansia, dello stress e del pessimismo cronico.

Medicina a basso costo
In conclusione, una costante e regolare pratica del ciclismo, esercizio fisico aerobico per eccellenza, esercita un indiscutibile effetto benefico preventivo sull’insorgenza della malattia delle arterie coronarie. Il meccanismo di tale effetto è la favorevole modificazione dei più importanti fattori di rischio cardiovascolare e, in modo particolare, delle alterazioni dei grassi nel sangue, dell’ipertensione arteriosa, dell’obesità, dello stress e del diabete. La pratica del ciclismo, quindi, potrebbe essere considerata una “medicina a basso costo” nella prevenzione e nella cura della cardiopatia ischemica, ma, come per tutte le altre medicine, si devono conoscere le “modalità di somministrazione, i rischi e le controindicazioni” …

Attività fisica: quale e quanta
L’attività fisica consigliata nella prevenzione delle malattie cardiovascolari è senz’altro quella di tipo aerobico, e quindi lo sci di fondo, la corsa a piedi e, naturalmente, il ciclismo. È necessario osservare una buona costanza e una buona regolarità e, in genere, sono consigliati non meno di due – tre allenamenti alla settimana. Molto importante è la loro durata e la loro intensità. Le esercitazioni sulla bici non dovrebbero durare meno di 40 – 50 minuti, ma è consigliabile cercare di restare in bici per almeno 90 o 120 minuti. Si deve iniziare con un’intensità tale che la frequenza cardiaca rimanga intorno al 60 per cento della massima teorica per l’età (la massima frequenza teorica viene calcolata sottraendo l’età a 220: ad esempio, per un atleta di cinquant’anni, essa sarà 220-50 = 170). Dopo alcune settimane l’intensità del lavoro potrà essere incrementata fino a raggiungere progressivamente il 70-80 per cento. Ovviamente, la seduta di allenamento dovrà prevedere una parte iniziale dedicata al riscaldamento (15-20 minuti) e una parte finale per il defaticamento (almeno 10 minuti). Inoltre, le uscite in bicicletta dovrebbero essere effettuate nelle condizioni ambientali migliori: mai al freddo eccessivo o sotto il solleone e, per le persone in età avanzata, mai all’alba.

I rischi e le controindicazioni
Nel 490 a.C. Filippide morì al termine di una corsa di 200 km, da Atene a Sparta, fatta per chiedere aiuti, prima della vittoria degli Ateniesi contro i Persiani a Maratona. Il quesito che ci si pone è se uno sforzo sproporzionato al grado di allenamento e di preparazione atletica del soggetto possa causare la rottura di un cuore perfettamente sano. La risposta è sicuramente no. Un cuore sano, lo si è dimostrato ampiamente, è praticamente invulnerabile. Così, anche la pratica per tanti anni di una disciplina sportiva a impegno cardiovascolare elevato come il ciclismo non danneggia in alcun modo il cuore. Anzi, semmai, il contrario, e studi condotti su ex professionisti del pedale hanno confermato tale teoria. Purtroppo, però, in qualche caso, raramente per fortuna, un soggetto potrebbe essere portatore di una patologia cardiaca silente, congenita o acquisita in seguito, per la quale uno sforzo fisico potrebbe esporlo al rischio di eventi infausti. Tutto ciò per dire che, qualora si decidesse di iniziare a praticare il ciclismo per prevenire la cardiopatia ischemica o per evitarne la progressione, o anche solo per diletto, è assolutamente necessario effettuare, prima, una visita approfondita conoscitiva del proprio stato di salute. Un buon cardiologo dello sport o un medico dello sport di estrazione cardiologica potranno prescrivere ed effettuare gli accertamenti necessari per definire lo stato di salute e dare alcune utili indicazioni sul programma di allenamento più consono alle caratteristiche individuali di ciascuno. Chiaramente, in alcuni casi, ripetiamo per fortuna rari, al termine della visita e degli accertamenti, potrebbe essere individuata una patologia che controindica nella maniera più assoluta gli sforzi fisici. Alcune cardiopatie congenite, i difetti gravi delle valvole cardiache, un infarto miocardico recente o particolarmente esteso, il dolore cardiaco (angina) che compare per sforzi minimi, l’ipertensione severa non controllata dalla terapia medica e alcune forme di aritmie particolarmente minacciose, controindicano nel modo più assoluto l’attività fisica.

Articolo pubblicato su “la Bicicletta – Novembre 2002 (COPYRIGHT© La Bicicletta – Italy)

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