Ortopedia e Traumatologia

DOLORE SOTTO IL PIEDE? METTITI A DIETA

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Il sovrappeso è una delle principali cause della fascite plantare, un’infiammazione che non colpisce solo gli sportivi

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Testo di Marianna Castelluccio

Dolore e infiammazione concentrati nella parte inferiore del piede? Potrebbe trattarsi di fascite plantare. Ma che cos’è di preciso?
«La fascite plantare è un’infiammazione dell’aponeurosi (o fascia) plantare, un legamento che si trova sotto la pianta del piede e che collega il tallone con la base delle dita», spiega Francesco Ceccarelli, professore ordinario di ortopedia e traumatologia e direttore della scuola di specializzazione all’Università di Parma. Molto frequente negli sportivi, può insorgere anche nelle persone in sovrappeso oppure obese e nelle donne in gravidanza.

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Va sfatato subito un luogo comune: a causare la fascite plantare (e questo vale in generale per tutte le patologie del piede) non è l’utilizzo di scarpe che mettono sotto stress il tallone o la fascia plantare. Le calzature senza tacco, infatti, nel caso di fascite, possono essere considerate solo il fattore scatenante della sintomatologia dolorosa.

TRAZIONE ECCESSIVA DEL LEGAMENTO
L’aponeurosi plantare funziona come una corda a livello della pianta del piede, che ammortizza il peso del corpo e i movimenti: quando la tensione è eccessiva il legamento può infiammarsi alla sua inserzione al tallone o addirittura lacerarsi, dando luogo alla fascite plantare.
«Tra le principali cause alla base di questo disturbo», precisa l’ortopedico, «figurano l’aumento di peso, ma anche una predisposizione legata alla forma del piede. Infatti, in presenza di piede cavo (l’altezza della volta plantare è eccessiva) o piatto (l’altezza della volta plantare è diminuita), questo legamento va incontro a una trazione eccessiva.
Trazione che aumenta specialmente nelle persone in sovrappeso oppure obese, negli sportivi e nelle donne in gravidanza». In quest’ultimo caso, in particolare, oltre all’aumento di peso, si verifica una lassità legamentosa generalizzata dovuta proprio alla preparazione dell’organismo al parto.
«Anche alcune malattie reumatiche (come l’artrite psoriasica) possono essere causa di fascite plantare», prosegue Ceccarelli. «In questo caso si parla, appunto, di fascite plantare di natura reumatica, diversa da quella più frequente di origine meccanica, anche se il dolore al piede o ai piedi, lamentato dal paziente, è lo stesso».
E riguardo i fattori di rischio legati all’età? L’insorgenza della fascite plantare non è legata all’età», risponde lo specialista.
«Tuttavia, con il passare degli anni, soprattutto nelle donne in menopausa o con problemi di tiroide, può verificarsi un aumento ponderale che può ripercuotersi sul legamento del piede».

SINTOMI PIÙ ACUTI AL MATTINO
Il sintomo della fascite plantare è il dolore, che si tratti di infiammazione di origine meccanica, sia di natura reumatica. In quest’ultimo caso alcuni reumatismi colpiscono l’inserzione dei muscoli della pianta del piede e della aponeurosi plantare al tallone provocando una sintomatologia dolorosa che accompagna costantemente il paziente anche a riposo, vista la presenza di un’infiammazione dovuta alla malattia reumatica. «Nella fascite plantare di tipo meccanico invece, il dolore ha una caratteristica», spiega Ceccarelli. «È più acuto quando si effettuano i primi passi al mattino, dopo il risveglio. La condizione migliora poi nell’arco della giornata camminando, per poi mostrare un nuovo peggioramento nel ardo pomeriggio o alla sera con l’affaticamento.
Naturalmente molto dipende dall’attività che si svolge durante il giorno. Molte persone lamentano dolori anche dopo una prolungata immobilità, per esempio dopo aver fatto un lungo viaggio seduti in macchina o dopo aver assistito a un film al cinema. Se poi il dolore si è cronicizzato, è chiaro che il paziente avvertirà dolore in qualunque momento della giornata».

ESAMI DI PRIMO E SECONDO LIVELLO
Esclusa la natura reumatica della fascite plantare, accertabile con opportuni esami del sangue, la fascite plantare di origine meccanica può essere diagnosticata valutando la storia clinica del paziente e le caratteristiche del dolore, effettuando un esame clinico con opportune manovre e prescrivendo al paziente una radiografia sotto carico. «La risonanza magnetica o l’ecografia, invece, sono da considerare esami di secondo livello, da effettuare solo nei casi in cui, fallito il trattamento non chirurgico, si debba affrontare un intervento chirurgico», continua l’ortopedico.

UTILI I TACCHI BASSI
Detto che le scarpe non sono la causa della fascite plantare, è comunque opportuno nelle fasi acute evitare di indossare calzature senza tacco. «Un rialzo del tallone di due-tre centimetri consente di alleviare i sintomi perché l’aponeurosi plantare con un modesto tacco tende ad allentarsi e quindi a tirare meno», sottolinea Ceccarelli.

DAGLI ANTINFIAMMATORI ALLO STRETCHING
Se la natura della fascite plantare è reumatica, il paziente dovrà rivolgersi a uno specialista reumatologo e seguire principalmente una terapia reumatologica, che potrà poi essere supportata dai suggerimenti dell’ortopedico. «In caso di fascite plantare meccanica, invece, il trattamento punta alla riduzione sia dell’infiammazione, sia della trazione della fascia plantare», prosegue lo specialista.

In fase acuta, le terapie previste per le fasciti plantari, da praticare in maniera combinata, sono:

  • la somministrazione di farmaci antinfiammatori, in caso di necessità e per brevi periodi;
  • le infiltrazioni con cortisone e anestetico locale a livello dell’inserzione della fascia plantare al tallone per agire sul dolore;
  • le terapie strumentali, come ad esempio le onde d’urto, che agiscono sull’infiammazione.

Superata la fase acuta e quindi nella fase intermedia, le fasciti plantari possono essere trattate con:

  • l’uso di dispositivi ortopedici come il plantare o il rialzo del tacco (se non già usati in fase di prevenzione) per compensare l’assetto del piede, detendere la fascia plantare ed evitare la recidiva del dolore;
  • esercizi di stretching, da eseguire per esempio poggiando con l’avampiede su uno scalino e spingendo il tallone, verso il basso, fuori dallo scalino in modo da stirare il tendine d’Achille e la fascia plantare.

LA CHIRURGIA

«La chirurgia è da considerarsi un po’ come “l’ultima spiaggia” dopo il fallimento del trattamento non chirurgico che, se ben condotto, porta quasi sempre risultati soddisfacenti», dice Ceccarelli. «L’intervento chirurgico, di cui è sempre importante valutare il rapporto rischi-benefici, consiste nel tagliare l’aponeurosi plantare. Eliminando la trazione, si crea una sorta di allungamento del legamento. L’intervento è poco invasivo e si esegue praticando un’incisione molto piccola nella parte interna del calcagno. Si esegue in anestesia tronculare, negli interventi monolaterali, o in anestesia spinale o generale, negli interventi bilaterali, ovvero a entrambi i piedi. Il decorso post operatorio prevede un apparecchio gessato per circa tre settimane e un riposo funzionale in scarico, cioè senza appoggio del piede. Trascorso tale periodo si ritorna alla vita normale indossando una scarpa comoda, data la possibile insorgenza di gonfiori, e si esegue la fisioterapia, più per l’immobilità trascorsa nelle tre settimane di convalescenza e per il gonfiore che per l’intervento in sé».

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SI RINGRAZIA OK SALUTE & BENESSERE PER AVER AUTORIZZATO LA RIPRODUZIONE DELL’ARTICOLO

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