Ultim'ora News

IL DOLORE NELLE DISTORSIONI TIBIOTARSICHE

distorsione-di-caviglia

IL DOLORE NELLE DISTORSIONI TIBIOTARSICHE

In ambito ortopedico e traumatologico le distorsioni della caviglia sono tra le problematiche di più frequente riscontro. La crescente passione per l’attività sportiva ha portato a un notevole incremento di questo tipo di infortuni negli ultimi decenni, tanto che si è stimato che le distorsioni della tibiotarsica rappresentano attualmente il 20-30% circa di tutti gli infortuni sportivi.

La distorsione di caviglia viene definita come la momentanea e incompleta perdita dei rapporti articolari della caviglia dovuta a un trauma. La caviglia è un’articolazione complessa mantenuta in sede oltre che dalle componenti ossee anche dalle numerose figure legamentose dei comparti malleolari mediali e laterali. Circa l’85% delle distorsioni della caviglia avviene per un trauma in inversione. Il motivo per cui la stragrande maggioranza dei traumi distorsivi avviene con questo meccanismo è dovuto principalmente a fattori anatomici: il malleolo peroneale è più lungo del malleolo tibiale, i legamenti del comparto esterno – e in particolare il peroneo-astragalico anteriore – sono molto meno robusti del legamento deltoideo posto nel comparto mediale e infine la maggioranza degli atleti presenta un piede a morfotipo cavo-supinato rispetto a un piede piatto-pronato, e tale tipo di piede favorisce la distorsione in inversione.
Clinicamente, la caviglia che ha subito un trauma distorsivo in inversione si presenta tumefatta, ecchimotica e dolente in sede perimalleolare laterale. I movimenti di dorsi-plantar-flessione e di prono-supinazione sono in genere limitati a causa del dolore e a seconda dell’entità della distorsione. Inoltre, il dolore normalmente si esacerba alla palpazione dei punti di inserzione delle componenti legamentose (soprattutto del P-A-A) e in sede malleolare distale. Durante l’esame obiettivo della caviglia, oltre alle zone dolenti, si deve valutare anche quanto la caviglia sia interessata da un’instabilità residua. Per valutare tale instabilità si esegue il test del cassetto anteroposteriore: a paziente supino una mano dell’esaminatore si sistema sotto il tallone del paziente e con l’altra mano si afferra la tibia al comparto medio-distale spingendola in basso. Così facendo la caviglia rimane salda e la tibia trasla in senso anteroposteriore; l’entità della traslazione definisce il grado di lassità. Oltre a un adeguato esame obiettivo è necessario effettuare una approfondita anamnesi volta a scoprire come è avvenuto il meccanismo traumatico e se la caviglia in passato era già stata soggetta a distorsioni. Infine è fondamentale capire l’entità e il tipo di sintomatologia algica che il paziente avverte, avvalendosi eventualmente di apposite scale di valutazione (tipo VAS).
A livello di diagnostica per immagini, il primo esame da eseguire è una radiografia in anteroposteriore e in laterolaterale della caviglia, così da escludere fratture dell’osso; con la radiografia, valutando le distanze delle componenti ossee del mortaio tibiotarsico, è anche possibileescludere o meno lesioni legamentose. L’ecografia è utile in un secondo momento, quando la tumefazione e lo stravaso ematico sono risolti, così da facilitare l’interpretazione dell’esame da parte dell’operatore che deve valutare l’entità della lesione legamentosa che spesso affligge il legamento peroneo-astragalico anteriore. La RMN o la TAC sono esami di 2/3 livello che vanno eseguiti se il paziente avverte ancora dolore, per indagare meglio la cartilagine articolare che anche con un singolo trauma, se di grande entità, può subire sequele.
Il primo trattamento in caso di distorsione della caviglia è quello che l’associazione dei medici sportivi statunitensi ha riassunto con l’acronimo PRICE: Protection, Rest, Ice, Compression, Elevation. Si andrà quindi a proteggere la caviglia con un bendaggio compressivo e l’applicazione di ghiaccio, mantenendo l’arto elevato e a riposo in modo che non aumenti la tumefazione. Successivamente va stabilita l’entità del dolore: un dolore con punteggi di 5-7 alla scala VAS si deve trattare con un FANS per via intramuscolare, come il ketoprofene 100 mg per 4-6 giorni a seconda della responsività al trattamento e previa protezione gastrica. Il ketoprofene è molto efficace oltre che nel combattere la sintomatologia algica anche nel contrastare il processo flogistico insorto a causa del trauma, riducendo in maniera significativa la tumefazione. Per punteggi di VAS inferiori, il trattamento può essere intrapreso con altri tipi di analgesici per via orale.
Per garantire una corretta guarigione delle componenti legamentose della caviglia è fondamentale spiegare al paziente che il trattamento con il bendaggio, eseguito mandatoriamente con il piede bloccato a 90° rispetto la tibia, deve essere mantenuto per almeno 20-25 giorni in modo che i legamenti guariscano nei giusti tempi e con il corretto stato tensivo così da prevenire un’instabilitàcronica di caviglia. Quest’ultima, infatti, può predisporre a ulteriori distorsioni, anche per traumi di lieve entità, che possono condurre a importanti quadri patologici della cartilagine articolare, sino all’artrosi.
Trascorso il periodo di immobilizzazione, il paziente intraprenderà un ciclo di FKT che in una prima fase postacuta si avvarrà di terapie fisiche quali tecar, laserterapia, ultrasuoni e stretching delle catene cinetiche posteriori. In una seconda fase, attraverso l’aiuto di movimenti assistiti e di esercizi svolti in piscina, ci si occuperà di recuperare il ROM (range of motion) articolare e la propriocettività, ovvero quella “memoria” che la nostra caviglia ha incamerato per ogni gesto sportivo e non.
Un adeguato trattamento conservativo è quindi imprescindibile se si vuole evitare di condurre la caviglia verso una predisposizione alle recidive. Al termine del trattamento verrà valutato il grado di successo: qualora residui un’importante lassità l’intervento chirurgico è l’unica chance per ridare stabilità all’articolazione.

Bibliografia

  1. Barber Foss KD, Myer GD, Hewett TE: Epidemiology of basketball, soccer, and volleyball injuries in middle-school female athletes – Phys Sportsmed 2014;42(2):146-53.
  2. Czajka CM, Tran E, Cai AN, DiPreta JA: Ankle sprains and instability – Med Clin North Am2014;98(2):313-29.
  3. Golditz T, Steib S, Pfeifer K, et al.: Functional ankle instability as a risk factor for osteoarthritis: using T2-mapping to analyze early cartilage degeneration in the ankle joint of young athletes – Osteoarthritis Cartilage 2014;22(10):1377-85.
  4. Prado MP, Mendes AA, Amodio DT, et al.: A comparative, prospective, and randomized study of two conservative treatment protocols for first-episode lateral ankle ligament injuries – Foot Ankle Int 2014;35(3):201-6.
  5. Van Heest TJ, Lafferty PM.: Injuries to the ankle syndesmosis – J Bone Joint Surg Am2014;96(7):603-13.

**


Lascia il tuo commento

Devi essere loggato per inviare un commento Login

Hai trovato l'articolo interessante, cosa ne pensi, lasciaci un commento?

Lascia un Commento

Top

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi