Allenamento

PREPARAZIONE FISICA E SPORT ESTREMI

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di Davide Tessaro

bambino

Quando la preparazione fisica (i sistemi allenanti) non è prevalentemente a sostegno del gesto atletico e tecnico, ma è di supporto all’atleta nello svolgimento della pratica sportiva in condizioni ostili o estreme

Nel 2007 fui contattato da un gruppo di subacquei esperti in immersioni in quota i quali mi chiesero di occuparmi della loro preparazione fisica in vista di un’immersione che avrebbero tentato di portare a termine con l’obiettivo di stabilire un nuovo record per ciò che riguardava le immersioni (con sistemi di respirazione) in zona alpina e quindi in quota.
Fu quello l’inizio di un’avventura che durò 4 anni partendo dalla Valle D’Aosta, immersione nel lago Les Laures a 2700 mt di quota, dove venne raggiunta una profondità di 60 mt e terminando in Bolivia, immersione nel lago Titicaca a 3812 mt dove venne raggiunta una profondità record di 100 mt.
Ricordo quel periodo con grande piacere, per diversi motivi, ma lo ricordo principalmente per come incise sulla mia professione e sul modo di interagire e relazionarmi con questi subacquei, questi sportivi estremi.
In linea di massima, quando si pensa a sportivi che praticano attività estreme, una delle prime cose che passano per la mente è “questi sono pazzi”… Ed è la prima cosa che pensai io ad una prima analisi (molto superficiale).
Sempre ad una prima analisi, pensai di trovarmi di fronte a super uomini o super donne …
Bene, questi sportivi sono tutto tranne che pazzi: sono estremamente meticolosi nel preparare una qualsivoglia performance estrema calcolando tutto fin nel mimino dettaglio, con una capacità di gestire anche la più sconveniente sistemazione logistica e superare possibili ostacoli burocratici (a volte in modo poco convenzionale, ma si sa … sono pazzi …) da fare invidia a molte realtà che oggigiorno ci circondano.
Questa scoperta (assieme ad altre) che feci parlando con loro, lasciandomi alle spalle la superficialità iniziale ovviamente, risultò molto utile per proseguire nel mio compito, perché mi resi conto che dovevo andare oltre una convenzionale pianificazione dell’allenamento, dovevo sostanzialmente capire come l’uomo interagiva con l’ambiente ospitante, capire cosa fosse “estremo” per loro, capire quali potevano essere i limiti (oppure no) della logica propensione per il rischio che li spingeva a cimentarsi con tali sfide, capire se il loro agire era comune o illusorio, confrontarmi e documentarmi con altre realtà che nulla avevano a che fare con performance sportive ma che avevano (ed hanno) il comune denominatore di essere estreme; l’obiettivo era imparare per apprendere come il “fuori” interagiva con il “dentro” e viceversa per portare a termine un compito arduo, rispettando anche il loro volere che si traduceva in due parole “allenamento – addestramento”, compatibilmente con i loro impegni, ma il più continuo possibile.
Questi i fattori principali esaminati e studiati ai fini della programmazione e pianificazione dell’allenamento:

1 – Cosa è lo sport estremo

In letteratura sono definiti sport estremi quegli sport di estrema difficoltà ai limiti delle leggi fisiche e della sopportazione del corpo umano.
Alcuni esempi di sport considerati estremi sono i seguenti:

  • paracadutismo
  • base jumping
  • bungee jumping
  • deltaplano
  • freestyle motocross
  • rafting estremo
  • hydrospeed estremo
  • deep free diving
  • cave diving
  • arrampicata
  • alpinismo in alta quota
  • sky runner
  • surf da onda
  • iron man

2 – Analisi dal punto di vista medico

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Colpa della dopamina? Sembrerebbe di si!
Il termine esatto con cui i ricercatori scientifici definiscono i soggetti che praticano sport estremi è “Novelty Seekers” ovvero ricercatori di novità. Perché alcune persone hanno il desiderio di vivere esperienze estreme andando contro il proprio istinto di sopravvivenza? Uno studio condotto da ricercatori della Vanderbilt University (Nashville USA), pubblicato sulla rivista scientifica “Journal of Neuroscience” il 22/01/09, ha individuato i meccanismi neurobiologici che sono alla base di questo tipo di comportamento.
Sembrerebbe che le persone sempre alla ricerca di forti esperienze abbiano nel cervello un numero di recettori che regolano la dopamina molto inferiore a quello delle persone normali.
La dopamina (ammina biogena, composto organico contenente azoto naturalmente sintetizzata dal corpo umano) è un neuro trasmettitore che stimola la sensazione del piacere e dell’appagamento e, secondo recenti studi, anche della paura.
La carenza dei suoi auto recettori provocherebbe una difficoltà a regolare il desiderio di nuove esperienze, spingendo le persone verso sfide sempre maggiori.
Il capo ricercatore, David Zald, spiega nella sua ricerca che “la densità di recettori della dopamina è inversamente proporzionale all’attitudine dei soggetti a cercare nuove esperienze. La conseguenza di questa condizione è che questi soggetti non riescono a “leggere” tutta la dopamina prodotta dal cervello quando vengono vissute emozioni forti, così il soggetto è spinto a cercarne di nuove sempre più forti“.
All’interno del cervello la dopamina funziona come neurotrasmettitore, agisce sul sistema nervoso simpatico causando l’accelerazione del battito cardiaco e l’innalzamento della pressione sanguigna.
Il meccanismo innesca di conseguenza anche la noradrenalina, (rilasciata dalle ghiandole surrenali come ormone nel sangue, è anche un neurotrasmettitore del sistema nervoso) e l’adrenalina (ormone e neurotrasmettitore principale del sistema nervoso simpatico).

3 – Analisi dal punto di vista psicologico

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Il termine con cui in psicologia si definiscono gli sportivi estremi è “RISK-SEEKING” ovvero “ricercatore di rischio”. Oggi si conoscono molti dettagli sugli aspetti motivazionali che spingono a praticare sport estremi, piuttosto che altri sport; sono stati studiati i processi psicofisiologici che alimentano tali passioni trasgressive, gli imprecisi meccanismi psicologici di valutazione dei rischi e si conoscono le esigenze e le abitudini utili in termine di preparazione mentale.
Condividendo come dato di fatto l’approccio medico, la psicologia aggiunge e riconosce i seguenti aspetti:

   a) SENTIRE IL CORPO IN LUOGHI E PROVE AL LIMITE
Le ragioni per cui gli amanti del rischio sono attratti da sfide in luoghi pericolosi, dalla possibilità di trovarsi faccia a faccia con elementi ignoti o incontrollabili della natura, dalle condizioni in cui si vivono sensazioni fisiche fuori dal comune, sono indubbiamente intrecciate al proprio rapporto con la vita, alla necessità personale di sfidarla, di sentirsi padroni e di controllarne anche gli eventi più incerti. Questi aspetti hanno delle sfumature diverse che vanno approfondite e rielaborate se ci si accorge che le tendenze distruttive predominano, che il rischio non viene calcolato o considerato importante oppure quando si osserva una sensazione di onnipotenza nella sfida alle proprie capacità. In questi casi si avrebbe una sopravvalutazione di sé o una svalutazione della vita, con tratti più o meno consapevoli di tipo depressivo che si possono avvicinare lentamente o velocemente ad un arresto totale della vita stessa: la morte. Ma per fortuna si può affermare che la maggior parte degli amanti dello sport estremo non sono mossi da tendenze autodistruttive.
Uno dei primi aspetti che esercita un grande fascino negli sport “oltre il limite“ è la possibilità di fare esperienze in cui è possibile sentire in modo inconsueto di “essere vivi”, quelle che fanno provare un’euforia che viene descritta con espressioni quali “stare nell’occhio del ciclone” o “sentire i brividi o la pelle d’oca” o ancora “sentire la scossa di adrenalina”… Questi vissuti in alcune persone sono l’unica possibilità di sentire di avere un corpo, dal momento che il contatto con quest’ultimo, in tali individui, viene percepito solo in condizioni di iper attività in cui l’incolumità viene messa a rischio o più semplicemente in situazioni in cui le certezze fisiche vengono tolte, come per esempio i punti di riferimento per l’equilibrio o l’orientamento.

   b) IL PIACERE DEL BRIVIDO
Alcune ricerche hanno cercato di spiegare anche i motivi neuropsicologici che possono portare alcune persone più di altre a ricercare esperienze senza limiti. Tali studi hanno associato la capacità (che alcune attività possiedono) di aumentare la secrezione di adrenalina, al bisogno di rischiare di alcune persone, alla loro propensione a cercare sensazioni estreme, alle tendenze stravaganti e poco ripetitive nelle azioni quotidiane.
Questa risposta “chimica” del corpo è legata alla capacità di situazioni al limite di attivare un’esperienza denominata “combatti e fuggi”, in grado di far provare i “brividi”, vissuti piacevolmente da coloro che ricercano frequentemente questo tipo di esperienze. Esse, infatti, riescono a far sperimentare una sensazione di pericolo imminente che attiva i meccanismi di sopravvivenza in risposta ad uno stress, per far fronte all’evento attraverso i cambiamenti neurofisiologici ormai noti.
Situazioni di “attacco e fuga” si possono sperimentare anche con attività predeterminate e gestite in tutta sicurezza che permettono di vivere situazioni di incertezze e cambiamenti similari a quelle che si vivono nella pratica di sport estremi, ad esempio alcuni giochi al luna-park in grado di suscitare una piacevole e sicura euforia.

   c) PASSIONI PER LE EMOZIONI FORTI vs BISOGNO DI PRUDENZA
Altri studi sulle personalità che caratterizzano gli amanti degli sport estremi hanno individuato la presenza di un tratto specifico che alimenta la ricerca di sensazioni estreme. Si tratta di una propensione a ricercare sensazioni forti che ha portato a definire gli appassionati di tali sfide dei “Sensation Seekers”, ricercatori di sensazioni forti, appunto. Un aspetto psicologico che accomuna molti o quasi tutti gli sportivi estremi.
In un simile contesto si collocano le ricerche psicologiche che hanno confrontato le differenze fra le persone comuni e quelle amanti del brivido e che hanno distinto due gruppi attraverso una curva che rappresenta la propensione a ricercare esperienze estreme.
Alla base della curva vengono compresi i cosiddetti “BIG T” o “TIPI T”, in cui la “T” sta per “THRILL” che significa brivido: si tratta di persone connotate da un bisogno di provare l’estremo, amanti della “scossa”, alla ricerca del brivido anche attraverso la pratica di sport estremi.
Dall’altra parte della curva sono stati messi i cosiddetti “SMALL T”, cioè persone con una vera e propria propensione al rifiuto nei confronti delle situazioni estreme e pericolose, quelle che vivono la vita con estrema prudenza, con un grande rispetto per le tradizioni, per costumi e regole, in modo da ridurre il più possibile ogni imprevisto di vita. Al centro della curva si collocano quelle persone che senza una marcata evidenza propendono più per una cosa o per l’altra.
Nella curva estrema dei “BIG T”, si trovano quegli sportivi che sono caratterizzati da una ricerca di situazioni ad alto contenuto emotivo, che necessitano di stimoli molto intensi in quanto, come tossicomani, sviluppano forme di “tolleranza al brivido” e quindi necessitano di dosi sempre maggiori di stimoli per ottenere le stesse emozioni.
Abituati alla stessa sfida estrema ricercano sfide maggiori per sentire il brivido, diventando sempre meno capaci di valutare il rischio, concentrati solo sul loro fabbisogno fino a guardare da vicino la morte: proprio come si comporta un tossicodipendente.

   d) L’IMPERFETTA VALUTAZIONE DEI RISCHI
Esistono alcuni errori di valutazione di rischio che gli sportivi estremi dovrebbero conoscere.
Uno di questi è sopravvalutare le proprie probabilità di successo a partire dalla constatazione di precedenti prove identiche fallite; cioè l’errata credenza che l’esito degli eventi precedenti possa influenzare l’esito degli eventi successivi, partendo dal presupposto che un successo prima o poi debba arrivare. Inoltre, un elemento importante nella valutazione del rischio è la stima del grado di dipendenza degli eventi dal caso o, al contrario, dalle abilità professionali.
In genere chi tende a sentirsi meno esperto in un settore tende anche ad assumersi rischi minori, considerando più realisticamente l’intervento del caso. Al contrario, l’aumento della fiducia nelle proprie abilità, tipico dei professionisti, tende a produrre una crescente (ma non reale) tendenza ad assumersi rischi.
Questo spiega perché spesso in certi contesti sportivi, gli incidenti nascono quando si comincia a considerarli eventi casuali, come se dipendessero dalla propria volontà o dalle abilità personali, aumentando paradossalmente i rischi rispetto alle esperienze dei principianti.

   e) IMMUNIZZARSI DALLA PAURA
In molti atleti le sfide estreme sono affrontate come se fossero una sorta di “vaccino contro la paura”, una ricerca di sicurezza nella situazioni incerte. Queste persone vivono queste esperienze come un modo di superare i loro timori, guidate dalla convinzione che se si superano grandi sfide poi si diventerà meno timorosi nelle sfide considerate di “secondo piano”.
In questi casi andare “oltre il limite” significa trasformare le proprie paure in sfide, attraverso una vera e propria battaglia contro le insicurezze personali.
In questo caso generalmente si sceglie un’attività che permette di sperimentare la possibilità di gestire le proprie angosce, sottoponendosi ad allenamenti preparatori che offrono una rassicurazione sulle possibilità di controllo del rischio e attraverso una preparazione mentale che precede la sfida e in cui si provano alcune sequenze di ciò che poi si sperimenterà; mentre si è guidati ad immaginare correttamente anche il vissuto, così come prescrivono le forme di cambiamento psicologico basate sulla visualizzazione immaginativa multi sensoriale.
In questo modo l’adozione di tecniche di visualizzazione completa nel corso dell’allenamento fisico, se necessario associato anche a tecniche di rilassamento e di regolazione delle proprie funzioni psicofisiologiche, diventa con la sfida estrema una possibilità per imparare a trasformare il terrore nella “ebbrezza della paura”.
Infine, per la psicologia, nonostante le precauzioni prese e gli studi basati su conoscenze della fisica, l’elemento umano rimane un fondamentale aspetto da conoscere in maniera approfondita nelle sfide rischiose, dal momento che è esso che prende il timone di fronte agli imprevisti.

Come si colloca la parola rischio in psicologia? Quale è il significato che viene dato ad essa?
Ci sono molte definizioni che vengono date in letteratura, alcune sono strettamente legate alla teoria della probabilità e mirano ad una sua definizione in termini cosiddetti “oggettivi”, vale a dire come probabilità di una perdita, altre cercano di riflettere ciò che intuitivamente i profani esprimono con tale termine dal punto di vista sia soggettivo che oggettivo.
Tecnicamente, la parola rischio si riferisce a situazioni nelle quali si assume una decisione, le cui conseguenze dipendono dai risultati di eventi futuri aventi probabilità conosciute; tuttavia nella maggior parte dei casi, la nostra conoscenza di tali probabilità non è così esatta. Nel caso in cui risulti molto inesatta, si dice che le decisioni vengono prese in condizioni di incertezza o ignoranza.
Il concetto di rischio sembra comunque richiedere che ci sia incertezza circa i risultati delle azioni future: se il risultato del corso di una azione risulta garantito, il rischio non esiste.
Il rischio è uguale all’incertezza. Ogni qualvolta non sia possibile determinare l’esito di una azione in modo sicuro, in tale caso rischio significa effettivamente incertezza; qualora invece si sia consapevoli della possibilità che una perdita si verifichi, l’incertezza riguarda l’effettiva probabilità che ciò accada: maggiore è la probabilità, maggiore è il rischio.

4 – La montagna

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1) Definizione di quota:
a) definizione della quota abitualmente usata (Pollard, 1997)
– quota media 1500 mt – 2500 mt
– alta quota 2500 mt – 3500 mt
– quota molto alta 3500 mt – 5800 mt
– quota estrema > 5800 mt
b) ridefinizione di quota (Bartsch, 2008)
– livello del mare 0 – 500 mt
– bassa quota 500 mt – 2000 mt
– media quota 2000 mt – 3000 mt
– alta quota 3000 mt – 5500 mt
– quota estrema > 5500 mt
2) Esposizione in quota:
per esposizione s’intende il tempo di permanenza in quota.
a) esposizione acuta: si ha all’arrivo in quota e dura per circa 48 h
b) esposizione cronica: si ha dopo giorni di permanenza in quota

CAMBIAMENTI CHE COSTITUISCONO STRESS NELL’ORGANISMO

1) Ipobaria
2) Ipossia
Il primo e più importante cambiamento ambientale è la ridotta pressione barometrica (ipobaria), che a 3000 mt è di 1/3 rispetto al livello del mare. Alla riduzione della pressione barometrica si accompagna inevitabilmente una riduzione della pressione d’ossigeno (ipossia).
La pressione di questo di questo gas corrisponde sempre al 21% di quella barometrica, questo significa che a media quota il nostro organismo ha a disposizione 1/3 in meno di ossigeno per le sue funzioni metaboliche.
Ovviamente più sale la quota più questo problema aumenta, anche se una migliore ossigenazione si potrà avere al rientro in pianura dovuta all’incremento di globuli rossi in risposta alla riduzione di ossigeno.
3) Densità dell’aria
In quota le molecole del gas sono meno vicine, questo determina un aumento del lavoro respiratorio poiché l’aria è meno densa, rarefatta, quindi quando inspiriamo dobbiamo immettere aria nelle vie aeree comprimendola per poi lasciarla uscire nell’atto respiratorio successivo. Ma questo è vero alle alte quote mentre a bassa quota questo fenomeno si traduce in un miglioramento dei flussi espiratori, se espiriamo, infatti, riusciamo ad emettere più litri d’aria e quindi il lavoro per il nostro sistema respiratorio risulta alleggerito.
4) Temperatura
Un altro fenomeno dell’altitudine è la diminuzione di temperatura che scende di circa 1 grado ogni 150 mt di salita.
La presenza di vento, inoltre, riduce la temperatura che il corpo percepisce perché porta via il calore prodotto dal corpo stesso raffreddandolo.
5) Umidità
A quote mediamente elevate la riduzione dell’umidità diventa fastidiosa per il senso di secchezza che si manifesta nelle prime vie aeree (principalmente in gola). Poiché uno dei compiti delle vie aeree è quello di umidificare l’aria, più questa è secca più il nostro organismo è obbligato a cedere acqua con conseguente disidratazione.
Inoltre la ventilazione è maggiore rispetto al livello del mare, dobbiamo quindi ventilare maggiori volumi di aria più fredda e più secca.
Ci sono, tuttavia, altri fattori che non prenderemo in considerazione in questo caso quali esempio esposizione ai raggi solari, inquinamento.

ADATTAMENTI ORGANICI

Ma come si adatta l’organismo a questi cambiamenti?
Quando la quantità di ossigeno si riduce, ipossiemia, l’organismo mette in moto delle “manovre” che hanno come obiettivo quello di riequilibrare l’apporto di ossigeno per il metabolismo. Queste manovre coinvolgono inizialmente l’apparato respiratorio e l’apparato cardiovascolare e vengono definite “meccanismi di compenso”.
1) Apparato respiratorio
Quando l’ossigenazione si riduce incrementa la ventilazione, cioè aumenta la quantità di aria che entra ed esce dall’organismo. Questo fenomeno di incremento si chiama “risposta ventilatoria ipossica”.
Per aumentare la ventilazione ci sono due modi: aumentare o la frequenza respiratoria o la profondità degli atti respiratori oppure aumentare entrambe.
In genere aumenta prima il volume corrente (VC). Infatti è più semplice aumentare la portata d’ossigeno con atti respiratori lenti e profondi.
Questo è un dato importante da tenere presente nell’allenamento, perché durante l’esercizio fisico la ventilazione è più marcata rispetto al livello del mare, dove è di 10-14 atti al minuto.
2) Apparato cardiovascolare
Gli stessi stimoli che inducono ad aumentare la ventilazione attivano anche il sistema nervoso simpatico che aumenta la frequenza cardiaca a riposo, anche in questo caso l’obiettivo della risposta dell’organismo è quello di aumentare l’afflusso di ossigeno ai tessuti.
L’aumento della frequenza cardiaca porta comunque ad un aumento della portata, data dal prodotto della gittata cardiaca per la frequenza.
Durante un allenamento in quota la frequenza cardiaca è simile a quella che si ha con un allenamento ad intensità molto minore a livello del mare; inoltre durante l’esercizio fisico, in un soggetto acclimatato, i valori massimi della frequenza cardiaca tendono ad abbassarsi.
3) Esposizione all’ipossia
L’esposizione all’ipossia aumenta l’attività del sistema simpatico inducendolo ad un aumento degli ormoni dello stress, soprattutto cortisolo e catecolamine, ovvero adrenalina e noradrenalina prodotte dal surrene.
4) Equilibrio idrico
Nei primi giorni di esposizione all’ipossia si ha un aumento del flusso renale del 10-20 % con un incremento della diuresi e conseguente eliminazione di sodio con le urine.

MAL DI MONTAGNA

Un breve cenno al mal di montagna. Esso si può manifestare in quei soggetti che salgono troppo velocemente a quote superiori ai 2500 mt (misura certa e non convenzionale).
I sintomi meno gravi e anche i più comuni, sono: disturbi del sonno, cefalea, disturbi gastrici (nausea e vomito), fatica eccessiva, vertigini e dispnea (fiato corto).
I sintomi più gravi possono essere: malattie dell’occhio e disturbi di tipo neurologico. Per arrivare in fine a sintomi ancor più gravi che sono:
– sonnolenza, coma e disturbi dell’equilibrio, che possono portare all’edema celebrale
– tosse e dispnea, che possono portare all’edema polmonare (per fortuna nelle spedizioni in quota di elevata complessità sono sempre presenti medici specializzati in medicina d’alta montagna).
La prestazione fisica in altitudine si modifica con la progressiva riduzione di ossigeno. In altitudine si riduce progressivamente il VO2max (massimo consumo di ossigeno): a 1200 mt si riduce dal 4% al 6%; a 1800 mt arriva al 10% per poi diminuire progressivamente del 10% circa ogni 1000 mt di quota. Ciò significa che già a 3000 mt abbiamo il 75% della capacità aerobica rispetto al livello del mare; perdiamo quindi il 25% della capacità di consumare / utilizzare ossigeno.
Da studi effettuati in camera ipobarica e direttamente sul campo, su atleti preparati nei centri di ricerca in quota, si è evidenziato che fino a 3000 mt si perde la capacità aerobica in fase di esposizione acuta all’ipossia rispetto ad una fase di esposizione cronica.
Uno studio condotto dal fisiologo Paolo Cerretelli ha dimostrato che non viene solo a mancare il “carburante” (ossigeno) ma anche il “motore” (i muscoli). Cerretelli ha selezionato alpinisti d’élite Himalayani e li ha sottoposti ad un test da sforzo massimale a livello del mare e, dopo un mese, ha ripetuto il test a 5000 mt. Il test a 5000 mt è stato eseguito sia in aria ambiente, quindi in ipossia, sia con respirazione d’ossigeno durante la quale veniva ripristinata la quantità di emoglobina ossigenata.
Nonostante l’aumentata disponibilità di carburante, il motore non era in grado di ripetere le prestazioni ottenute a livello del mare. Successivamente biopsie muscolari hanno evidenziato e chiarito che si tratta di limitazioni periferiche.
Altre ricerche (effettuate anche dal laboratorio di medicina di alta montagna di Aosta) hanno dimostrato che uno sforzo fisico prolungato in alta quota è involutivo per il muscolo, in quanto il sarcomero tende a ridursi (fino al 12% circa) per evitare una sovrapproduzione di radicali liberi messi in moto con l’esercizio fisico; l’ossigeno in quota come già visto diminuisce. Si ha quindi un inizio di catabolismo con riduzione dei mitocondri che può arrivare al -25% ed un accumulo di sostanze prodotte dallo stress ossidativo.
È anche vero però che la ridotta densità dell’aria fa si che la resistenza opposta dall’aria si riduca proporzionalmente alla riduzione barometrica.
Ad esempio: a parità di temperatura, a 2500 mt la resistenza opposta dall’aria è ridotta di circa 1/3 rispetto al livello del mare. Quindi da un lato l’organismo è penalizzato dalla riduzione della massima capacità aerobica, dall’altro può essere avvantaggiato dal fatto di dovere usare una minore potenza per vincere la resistenza dell’aria e di poterne quindi usare una maggiore per il movimento.
Alcune prestazioni possono quindi migliorare, soprattutto quelle che si esauriscono in un breve lasso di tempo e che non richiedono un elevato impegno di tipo aerobico.
È interessante anche la valutazione dell’intensità di un esercizio in alta quota che deve tenere conto delle limitazioni date dall’ossigeno utilizzato dal metabolismo basale (prima durante e dopo sforzo) che ovviamente risulterà più elevato che a livello del mare.
Quindi facendo riferimento alle percentuali di diminuzione di ossigeno ogni 1000 m di quota, risulterà chiaro il maggior sforzo che l’atleta dovrà fare per compiere un esercizio in quota con intensità uguale a un esercizio effettuato a livello del mare.
Due aspetti molto interessanti da segnalare:
1) In quota, in un soggetto acclimatato, la massima gittata cardiaca tende ad essere inferiore rispetto a quella misurata a livello del mare; questo fenomeno accade perché i recettori del cuore limitano l’assorbimento di adrenalina al fine di evitare di superare limiti critici.
2) Si è visto come atleti d’élite, scalatori di alte vette, abbiano il VO2max misurato a livello del mare inferiore rispetto a quello misurato in quota, questo fa pensare che alla fine molto dipenda dalla componente genetica.

4 – Immersioni subacquee in alta quota

Generalmente un immersione si definisce “in quota” quando viene effettuata a un altitudine di 700 mt o più. Ma quale è il parametro il cui valore, variabile in funzione dell’altezza in cui ci troviamo, influisce sulla programmazione e sulla conduzione dell’immersione?
La risposta è la differente pressione ambientale alla quale un sub inizia e, soprattutto, termina l’immersione.
Approfondiamo alcuni concetti:
1) il nostro corpo è considerato saturo alla pressione a cui abitualmente siamo sottoposti
2) il coefficiente di saturazione è la percentuale di azoto assorbito dal nostro tessuto sanguigno
3) quando ci troviamo in normali condizioni di saturazione, la pressione parziale dell’azoto assorbito ha il valore del coefficiente pari a 1
4) se cambia la pressione dell’atmosfera, cambia anche il valore della pressione parziale dell’azoto, facendo variare il coefficiente dal valore 1 verso un valore vicino a 2 (limite estremo di pericolo).
Risulta pertanto evidente che quando ci si trasferisce in quota la pressione parziale dell’azoto, rispetto al valore presente a livello del mare o alla quota in cui abitualmente viviamo, diminuisce e il nostro organismo entra in condizioni di sovra saturazione.
Il subacqueo che giunge alla quota del lago montano prescelto, si dovrà comportare come se dovesse affrontare (riferito al mare) un’immersione successiva, o in alternativa dovrà rimanere a quella quota almeno 48 ore, ossia il tempo necessario per essere nuovamente in condizioni di normale saturazione.
Una ulteriore particolarità da evidenziare si riferisce al fatto che nell’immersione in quota, a parità di profondità raggiunta, la pressione assoluta che grava sul subacqueo è minore di quella che si registrerebbe in una immersione marina.
Oltre alla necessità di ricorrere a speciali procedure per evitare la patologia della decompressione durante le immersioni in altitudine bisogna affrontare altre due condizioni: l’ipossia (argomento già ampiamente trattato prima) e l’ipotermia.
Ci sono due aspetti importanti da tenere presenti:
a) narcosi d’azoto
b) malattia da decompressione o MDD

1) Narcosi d’azoto
Durante le immersioni l’azoto produce due effetti principali sul nostro corpo.
Il primo effetto è fisico: il gas si discioglie all’interno dei tessuti e, se questi sono esposti ad una rapida diminuzione della pressione (in emersione), si formano delle bolle anche se minime. Questa è la regola su cui si basa la malattia da decompressione che i sub affrontano usando tabelle e computer da polso.
Il secondo effetto è fisiologico: in condizioni di maggiore pressione parziale dell’azoto, il subacqueo potrebbe sperimentare stati di euforia o paranoia, diventando completamente incapace di agire e di reagire in misura proporzionale all’esposizione. Questa è la NARCOSI D’AZOTO.
La narcosi d’azoto si manifesta in varie forme. Alcune persone la riconoscono subito e sanno che potrebbero essere profondamente colpite dalle sue proprietà anestetizzanti In generale questi sono i subacquei più esperti.
I subacquei in vero pericolo sono quelli che non riconoscono nessun sintomo, nemmeno quando la narcosi li sta insidiando con effetti importanti, limitando le loro capacità mentali.
Con gradi differenti, praticamente tutti i sub diminuiscono l’acutezza mentale all’aumento della profondità. La cosiddetta narcosi è un fenomeno che inizia oltre i 30 metri, ma esistono vari gradi di suscettibilità.
Quali sono i problemi della narcosi d’azoto?
Ci si potrà accorgere che i movimenti sono molto rallentati: per esempio si possono avere difficoltà a legare una cima o fare un nodo o nella peggiore delle ipotesi togliersi l’erogatore di bocca o scaricare il Gav sprofondando sempre di più verso il basso.
Due fattori rendono gli effetti della narcosi variabili:
a) Scarsa visibilità
Molti sub fanno immersioni tra i 45 e 50 metri, ma in acque cristalline senza provare nessun effetto. Gli stessi potrebbero provare differenti sensazioni se si immergessero in un lago, in una cava o in una foce dove ci sono scarse condizioni di visibilità o poca luce. Molti riportano effetti seri ed inaspettati.
b) Il freddo
La visibilità è un fattore aggravante, ma se viene associata ad una bassa temperatura dell’acqua può divenire un grave problema.
Il freddo può limitare la percezione di ciò che ti sta attorno, limitando il campo visivo fino alla chiusura totale, incrementando notevolmente l’effetto narcotico. La narcosi peggiora all’aumentare della pressione e con l’aumentare dello stress. Se un sub lavora molto in acqua, nel suo corpo aumenta il livello di CO2 e questo favorisce l’insorgere di tutti gli effetti della narcosi d’azoto.

2) Malattia da decompressione o MDD
La malattia da decompressione sopravviene quando si formano bolle nel sangue o nei tessuti in seguito a procedure inadeguate di eliminazione dell’eccesso di azoto dal nostro corpo.
È importante notare che, anche in quei casi dove si sia seguito accuratamente quanto previsto dalle tabelle e computer, si è rilevata l’insorgenza della MDD: questi casi sono definiti come “incidente immeritato”.
La maggioranza dei casi di MDD può essere divisa in due categorie:
a) TIPO 1, chiamato osteoarticolare, include problemi alla pelle, insensibilità alle articolazioni e muscoli
b) TIPO 2, chiamato cerebrospinale, coinvolge il sistema nervoso centrale, il sistema respiratorio e circolatorio; in questi casi può essere necessario un trattamento di rianimazione.

MDD TIPO 1
Questa malattia include dolore alle giunture e ai muscoli, gonfiori alle ghiandole linfatiche o problemi cutanei; i punti più comunemente colpiti sono le spalle, i gomiti, i polsi e le ginocchia.
Può essere difficile identificare con sicurezza il punto esatto di provenienza del dolore, in quanto il dolore potrebbe essere diffuso e diminuire o aumentare secondo la posizione assunta. Questi sintomi sono leggeri e normalmente non necessitano di essere trattati in camera iperbarica.
Invece nel caso in cui le bolle si espandano e si noti l’insorgenza di macchie rosse violacee simili ad ematomi, un trattamento iperbarico è immediatamente necessario.
MDD TIPO 2
I primissimi sintomi di questo tipo sono complicati da identificare e solitamente il subacqueo li associa a qualche altro evento. Possono insorgere stanchezza e problemi di equilibrio, ma anche disturbi all’udito e difficoltà a urinare. I sintomi neurologici sono normalmente acuti e possono interessare ogni parte del sistema nervoso.
Questo è un elenco di alcuni dei sintomi più comuni:
– Torpore
– Prurito
– Debolezza
– Vertigini
– Problemi di equilibrio
– Paralisi
I sintomi di tipo cardiorespiratorio possono essere causati da una grande quantità di bolle che possono interferire con una corretta circolazione all’interno dei polmoni.
Chiamati “coke”, possono avere inizio con una semplice difficoltà di respirazione, dolori durante l’inspirazione e ritmo respiratorio accelerato. L’evoluzione di questi sintomi può sfociare in un collasso cardiocircolatorio, perdita di conoscenza e possibile morte, se le procedure di soccorso sono ritardate.
La malattia da decompressione tende ad essere ritardata dopo l’immersione e può richiedere fino a 36 ore per manifestarsi. Circa la metà dei casi si manifesta entro un’ora dopo l’immersione, inoltre il sub tende a peggiorare col trascorrere del tempo se si ritarda il trattamento.
Un ulteriore elemento da tenere presente quando si fanno immersioni in condizioni fredde ed estreme, è l’equipaggiamento che riveste il sub, cioè la MUTA.

LA MUTA
Partiamo con la descrizione di una muta cosiddetta “umida” (cioè una muta normale). Questa è fatta in neoprene cellulare ovvero in gomma con migliaia di bolle di azoto intrappolato. Quando il sub si immerge con una muta umida, una piccola quantità filtra nella muta e rimane intrappolata, mentre il corpo la riscalda velocemente. Considerando che la circolazione dell’acqua sia limitata (ecco perché devono essere piuttosto aderenti) il neoprene isola il subacqueo e ritarda la perdita di calore.
Una muta “stagna” è invece costruita con cuciture e cerniere a tenuta stagna. Il principio su cui si basa il funzionamento delle mute stagne è isolare il nostro corpo mantenendoci nel contempo asciutti.
Ne esistono tre diversi tipi, distinguibili per i materiali che le compongono: in neoprene, neoprene compresso o altri materiali di spessore ridotto in evoluzione con il passare del tempo.
Offre una protezione termica migliore, in quanto lo strato d’aria aggiunge isolamento laddove la muta umida ne è carente. Questa aria però si comprime e si espande in relazione alla profondità e questo è ciò che rende le immersioni con la muta stagna diverse da quelle con la muta umida. La muta stagna è uno “spazio aereo”; questo significa che il sub deve aggiungere aria mentre scende e liberarne mentre sale.
La muta stagna è dotata di due valvole: una valvola di scarico e una di carico, la valvola di carico è situata al centro del petto e una lunga frusta fornisce aria all’interno; la valvola di scarico si può individuare sopra il braccio sinistro oppure sulla parte alta del petto.
Con l’utilizzo della muta stagna il sub dovrà anche provvedere a regolare la propria zavorra in quanto qualche chilogrammo in più sarà necessario. In conclusione è richiesto da parte del sub un addestramento tecnico specifico per immergersi con la muta stagna.
I problemi che possono insorgere sono: un eccesso d’aria all’interno a causa di una valvola di carico che rimane aperta, una valvola di scarico bloccata, una avaria del sistema automatico di scarico.
Questo ultimo inconveniente può causare una rapida risalita in assetto positivo con conseguente omissione delle tappe di decompressione (decostop). Un altro possibile rischio, anche se remoto, è l’allagamento: la muta può allagarsi a causa di una cerniera parzialmente aperta, della lacerazione di una guarnizione o per valvole di scarico intasate: la conseguenza sarà una immediata perdita di assetto seguita da una altrettanto rapida perdita di calore.

Era necessario studiare tutto questo?
Assolutamente si. I subacquei erano molto preparati e io non potevo essere da meno. Gli atleti sono sicuramente “operai” altamente specializzati nelle loro mansioni e giammai arrestano il loro addestramento/allenamento, suddividendolo per periodi identificabili con obiettivi da raggiungere (preparatori, competitivi, di transizione). Gli atleti che praticano sport estremi vivono il loro addestramento/allenamento con un solo obiettivo… quello competitivo.

Nel I secolo D.C., l’autore Flavio Giuseppe afferma:
… per essi infatti (i romani) non è la guerra l’inizio dell’esercitarsi alle armi, né soltanto quando c’è bisogno muovono essi le armi tenute inoperose in tempo di pace … bensì, come se fossero nati con le armi addosso, non concedono giammai tregua al tirocinio né stanno ad aspettare le occasioni propizie. Presso di loro le esercitazioni non differiscono in nulla da vere mostre di valore anzi ogni soldato giorno per giorno si allena con tutto l’ardore come in tempo di guerra … Né errerebbe chi dicesse che le loro esercitazioni sono battaglie incruente e le battaglie sono esercitazioni cruente (la guerra giudaica III 5)”.
Per non fermarsi neppure in inverno, Vegezio cita perfino l’abitudine di allestire capannoni per permettere l’esercitazione dei soldati:
… per la fanteria si costruivano dei capannoni nei quali, simulati venti e tempeste, l’esercito era addestrato nell’arte delle armi stando al coperto (l’arte della guerra II-23)”.
Lo stesso Vegezio, romano del IV secolo D.C. che non conosce più gloriose legioni, afferma perentorio:
… le reclute, una volta immatricolate, devono poi essere addestrate con quotidiani esercizi alle armi il cui uso ai nostri giorni è stato trascurato con il pretesto del lungo periodo di pace. Come è possibile che qualcuno possa insegnare, se prima non avrà egli stesso imparato? …
(Tratto da: “La formazione militare mediante la competizione sportiva”)

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BIBLIOGRAFIA

  1. Cogo A.: Medicina e salute in montagna – Edizioni Hoepli – 05/2015 seconda edizione (pneumologa, è professore associato di Metodi e Didattiche dell’Attività Motoria presso l’Università di Ferrara. È stata presidente (ed è l’attuale delegata italiana presso la Società Internazionale) della Società Italiana di Medicina di Montagna e della Società Italiana di Pneumologia dello Sport.
  2. Giardini G. – Medico neurologo – Direttore centro di medicina di montagna ospedale Umberto Parini Aosta – Presidente Società Italiana di Medicina di montagna
  3. Immersioni Estreme TDI – Extreme Diving Academy (alta formazione subacquea) – www.extremediving.it
  4. Aiello G. – Istruttore Subacqueo Tecnico PADI – Subacqueo Tecnico TDI – Specialista in immersioni in alta quota – Subacqueo Trimix – Capo spedizione Titicaca 2011 (recordman mondiale di immersione in alta quota)
  5. N.D. Woodward, D.H. Zald, Z. Ding, P. Riccardi, M. Sib Ansari, R.M. Baldwin, R.L. Cowan, R. Li, R.M. Kessler: Cerebral morphology and dopamine D2/D3 receptor distribution in humans: A combined fallypride and voxel-based morphometry study – Vanderbilt University Nashville, USA – The Journal of Neuroscience, 22/01/2009
  6. Monaco M.: Psicologia degli sport estremiwww.benessere.com/psicologia/arg00/psicologia_sport_estremi.htm
  7. Camoletto F.: Il corpo tra sport estremi e fitness – Edizione Il Mulino 2005 (collana intersezioni)
  8. Cerretelli P.: Fisiologia dell’esercizio. Sport, ambiente, età, sesso – Società Editrice Universo – Roma 2001
  9. Hoplomacha Gymnasia: La formazione militare mediante la competizione sportivawww.romanoimpero.com/2012/01/laddestramento-militare.html
  10. DAN, Divers Alert Network: Scuba Diving Medical Safety Advicewww.diversalertnetwork.org

Autore:
Davide Tessaro
– Preparatore Atletico F.I.F.
– Allenatore / Personal Trainer F.I.P.E.
Mail: d.tessaro@hotmail.it

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