Ortopedia e Traumatologia

PUBALGIA: ESPERIENZE DI PREVENZIONE E TRATTAMENTO

nazionale-rugby-italia

di Maurizio Ronchi
Bodyworker sportivo e coordinatore dello Staff Medico del Seregno Rugby
(con la collaborazione di: Ft. Dr. Marco Gibin, Mft. Federico Polimene – Staff Medico Seregno Rugby)

L’induzione elettrostatica e l’effetto elastocompressivo esercitato dagli scaldamuscoli per contrastare l’insorgere di una delle sindromi più fastidiose e sportivamente limitanti come la Pubalgia

INTRODUZIONE
Lo scopo di questo lavoro è quello di focalizzare l’attenzione su questa sindrome con l’auspicio che ulteriori indagini e studi di approfondimento vengano eseguiti per continuare a migliorare sempre di più specifici protocolli.
Il criterio adottato per questo studio non è di procedura clinica o di ricerca casistico-sportiva, ma semplicemente esperienziale: riporteremo semplicemente le nostre considerazioni, valutazioni e suggerimenti.

Verrà illustrato brevemente il tipo di protocollo utilizzato, PEC – Propriocettività Equilibrio Coordinazione (Ronchi et al.), per sviluppare alcuni aspetti/concetti di prevenzione atti a contrastare il dolore e la sofferenza dell’area pubica-inguinale durante l’attività fisico-sportiva.
Sono state prese come riferimento le più comuni problematiche fisico-atletiche che possono portare ad una sofferenza/stress a carico dei tessuti di questo comparto: muscoli, tendini, legamenti, connettivo e fascia. Verranno considerati solo gli aspetti biomeccanici e muscoloscheletrici relazionati al dolore pubico nell’atleta, non quelli relativi a patologie extra sportive o a patologie di medicina internistica.
Quindi focalizzeremo quelle situazioni evidenziate dalla casistica sportiva che creano disfunzioni, come una carente preparazione fisica, il mancato training muscolare, overload/overuse atletico, compensi/scompensi posturali ed eventi traumatici.
Secondo la nostra esperienza non è un’ipotesi così azzardata che l’utilizzo degli scaldamuscoli durante la pratica sportiva, per via dell’induzione elettrostatica e dell’azione elastocompressiva esercitata dall’indumento sui tessuti del corpo, possa avere effetti positivi nella prevenzione della sindrome pubalgica. Cercheremo di motivare le nostre considerazioni ed esperienze alla luce delle ultime ricerche scientifiche sugli effetti che queste cariche e correnti elettriche hanno sui tessuti molli e i loro componenti di base.
Come evidenzia la vasta letteratura del settore Sport-Fit&Med-Rehab, la sindrome pubalgica non è di facile diagnosi. Gli esperti del settore sono concordi nel far risalire una delle iniziali segnalazioni, se non la prima, al lontano 1932, quando Spinelli focalizzò per la prima volta, che alcune problematiche osteoarticolari del piede di uno schermidore, potessero far insorgere quel fastidioso dolore nell’area pubo-inguinale. Gli studi fatti negli anni ‘80/’90 (Busquet, De Paulis, Jarvinen) cominciarono a evidenziare innumerevoli cause per questa sindrome.
Le ricerche più avanzate del primo decennio degli anni duemila (Bisciotti, Meyers, Passigli, Rabe, Shortt), hanno confermato la difficoltà di diagnostica sui fattori scatenanti la pubalgia, per via delle diverse e varie correlazioni di natura traumatica, da sovraccarico, posturale o patologico, che possono singolarmente o come concausa provocarne l’insorgenza.
In effetti basta visualizzare l’anatomia del bacino per comprendere la quantità dei tessuti mio-fasciali e connettivali che originano e si inseriscono su di esso. Essendo così vasto lo spettro delle variabili che innescano questa sindrome, non si è ancora arrivati ad una cura vera e propria, per cui il rimedio è quello di ricercare una possibile soluzione nello sviluppo di protocolli, preventivi o interventivi a seconda dei casi. L’efficacia di questi programmi viene poi valutata e discussa con una certa frequenza, attraverso le statistiche e i case report pubblicati nella letteratura di settore.
Quello che emerge da questi studi, ha come denominatore comune per l’efficacia di questi protocolli, l’agire secondo la visione globale del corpo umano; l’atleta va seguito e trattato in un’ottica olistica, nel senso pieno del termine, prendendo in esame sia le variabili neuro-muscolari che le situazioni psico-stressanti correlate.
Secondo la nostra esperienza sono basilari i programmi svolti in palestra per il riequilibrio della postura e della muscolatura; mantenere o riacquisire la tensegrità (Ingber) della struttura del corpo è ormai un punto fermo nei protocolli di prevenzione sportiva.

Il termine Tensegrità è preso in prestito da un architetto: R. Buckminster Fuller, il quale descriveva la  tensegrità come una combinazione di integrità sottoposta a tensione, le forze al lavoro in una struttura formata da una rete di compressione circoscritta, o da elementi rigidi interconnessi attraverso elementi di tensione o elastici che danno alla struttura la sua integrità generale. Per questa proprietà elastica di interconnessione, quando un elemento della struttura di tensegrità si muove, questo movimento si distribuisce sull’intera struttura e insieme si muovono tutti gli altri elementi, o si adattano con una nuova configurazione a questi movimenti, cedendo senza rompersi.

Per cui la fase pesistica per la muscolazione non deve essere fine a se stessa, ma perseguire sia lo sviluppo della massa magra, per l’incremento di forza e resistenza, che l’aspetto posturale e propriocettivo. Ad esempio il protocollo PEC si avvale in questa fase di riassetto strutturale, oltre al lavoro con pesi e macchine di palestra, di tutti quei “tool” che creano instabilità.
Le diverse tavole di Freeman, fisse, basculanti, rotanti, a cuscino d’aria, i foam roller, le barre di equilibrio, le swissball, kibun, tappeti elastici, eccetera, vengono usati per stimolare e allenare il corpo nel rispondere velocemente e correttamente a questi input esterocettivi.
Infine, pesi e ginnastica propriocettiva, verranno integrate con sessioni di stretching compartimentale e globale per catene cinetiche – miofasciali – con le appropriate varianti di PNF, CRAC, Anderson statico, taistretch dinamico, passivo-assistito, eccetera. La globalità della visione olistica del protocollo, è infine completata dal sistematico controllo dello stato fisico-atletico-posturale, con trattamenti di tecnica passivattiva miofasciale (Ronchi), attraverso test e bodyworks specifici per valutare e mantenere in efficienza tutto il comparto del bacino.
Con le sue articolazioni, coxo-femorale, sacro-iliaca e sinfisi pubica, il bacino funge da vero e proprio ammortizzatore iliaco della complessa architettura della cintura pelvica, ed è ben noto che queste articolazioni, specie per la sinfisi pubica, sono soggette agli stress indotti dal cambiamento o dallo squilibrio delle linee di forza che su di esse agiscono (Solère et al.). Quindi basandosi sia sulle indicazioni della letteratura scientifica che sull’esperienza di lavoro, è stata data maggior importanza e priorità ai bodyworks per le inserzioni miotendinee, le guaine dei tendini e le capsule articolari, in quanto indicate come le più esposte al sovraccarico – overload – e alla ciclicità/ripetitività gestuale – overuse – durante un allenamento-prestazione.

Questi bodyworks hanno come obbiettivo la mobilizzazione sia articolare che degli strati tissutali e il release di aderenze miofasciali, con specifico uso della tecnica di deep friction (Cyriax) e quelle di massaggio trasverso profondo, le quali ci hanno fornito un buon feedback sia nella fase di prevenzione, abbassando il rischio di innesco della sindrome, che per quella di intervento contro il dolore nella fase acuta.
Si sono avuti anche ottimi riscontri con l’applicazione del Taping Kinesiologico® come “compound” ai bodyworks, molto apprezzato e ben tollerato dagli atleti e divenuto un prezioso e valido aiuto.

Di seguito alcuni esempi del protocollo PEC:

 




L’IDEA
Lo spunto per l’utilizzo degli scaldamuscoli in materiale sintetico è stato suggerito da un articolo pubblicato sulla rivista Atletica Studi della FIDAL (Federazione Italiana di Atletica Leggera) verso la fine degli anni ’70. Lo studio narrava dell’esperienza fatta su alcuni velocisti di un club americano di atletica leggera, in relazione appunto all’utilizzo di pantacollant – fuseaux – con lo scopo preventivo di contrastare sia gli infortuni che le possibili cause scatenanti l’infiammazione e il dolore della regione pubo-inguinale, soprattutto quella retto-adduttoria.
All’epoca ancora atleta, in accordo col mio allenatore, seguii anch’io il suggerimento di indossarli sempre, sia in allenamento che in gara, coinvolgendo successivamente i giovani dell’atletica che seguivo come tecnico-istruttore FIDAL e anche gli atleti di altri sport cui facevo da preparatore fisico.
A onor del vero non ho il ricordo dell’autore dell’articolo (credo che il team dei velocisti in esame fosse o il Santa Monica Track&Field o quello di UCLA del mitico John Smith): peccato non aver trovato nulla sul web per soddisfare la curiosità e dare onore bibliografico allo studio.
L’utilizzo dei fuseaux divenne frequente tra i professionisti dello sport a partire dalla metà degli anni ’80, soprattutto tra i top atleti delle specialità dell’atletica leggera.
Si ricorda ancora oggi l’evoluzione degli “scaldamuscoli”, semi o total-body, fascianti e dai colori sgargianti, utilizzati largamente anche dagli atleti maschi.
Forse un po’ di “estrosità” c’era, basti pensare a quelli utilizzati dell’americana Florence Griffith Joyner, ma il loro utilizzo era una precisa indicazione frutto degli studi dei ricercatori di biomeccanica e di tecnologia dei materiali sportivi.
Ciclismo a parte, per tutti gli altri sport l’utilizzo degli scaldamuscoli non ebbe un grande sviluppo tra gli sportivi. Resta il fatto che, pur non avendo il fatto nessuna valenza scientifica e forse per un caso fortuito, gli atleti che facevano uso dei fuseaux (qualche centinaio), non hanno avuto problemi di natura pubalgica nonostante i rischi di infortunio o sovraccarico che gli sport presentano.

ESPERIENZE e APPLICAZIONE
La parte esperienziale di questo lavoro è fondata sui riscontri diretti avuti dagli atleti seguito come bodyworker e preparatore dalla metà degli anni ’80 ad oggi, e di quelli più sistematici raccolti sui giocatori, dalla U14 fino alla prima squadra seniores, del Seregno Rugby. Il team è una piccola ASD della provincia di Monza e Brianza che conta circa 250 atleti dal minirugby agli olders, ovvero dai 6 anni fino ben oltre l’età della pensione.
La caratteristica essenziale degli scaldamuscoli utilizzati è quella di essere in tessuto sintetico (nylon o poliestere), materiale che ha la capacità di generare cariche elettrostatiche e indurre una debole corrente sulle parti anatomiche sottostanti, per via della microfrizione e sfregamento con la cute che avviene durante il movimento delle masse muscolari. Due poi sono le priorità che si devono rispettare: la prima è che l’indumento sia indossato direttamente sulla pelle; la seconda è che la misura dello stesso sia più piccola di una o due taglie, per avere una buona aderenza e fasciabilità contenitiva.
La prima di queste motivazione ha una ragione doppia: – evitare che lo slip intimo di cotone portato sotto il fuseaux assorba e trattenga il sudore causando quella sensazione sgradevole di “umidiccio”, ma soprattutto evitare che il cotone bagnato diventi ancor più abrasivo per la pelle, specie nelle parti soggette ad alto sfregamento come in corrispondenza delle cuciture. Lo scaldamuscoli usato a diretto contatto con la pelle, eviterà quei fastidiosi arrossamenti e il proliferare di funghi responsabili delle micosi della piega inguinale. In aggiunta a quest’ultimo aspetto, si è evidenziato che la depilazione pubo-inguinale abbia dato un ulteriore aiuto ad abbassare la componente abrasiva dei peli, non solo per i runners ma in genere per tutti i praticanti degli sport di movimento che sviluppano uno sfregamento inguinale o dell’interno coscia. Non è stato facile coinvolgere gli atleti maschi, ma i risultati hanno convinto subito e tutti, segno che il problema abrasione/micosi non era poi così banale e poco frequente. In aggiunta per il massoterapista è indubbia la praticità di lavorare su corpi depilati, sia per ridurre significativamente gli eccessi di lubrificanti abbassando di fatto anche le possibili sensibilizzazioni da contatto con questi prodotti chimici, che per l’eventuale applicazioni/rimozione di bendaggi, taping etc.
La seconda ragione per indossare lo scaldamuscoli a pelle è quella ovvia di avere la maggior superficie di contatto possibile per l’azione meccanica di microfrizione tra pelle e materiale sintetico, che è uno degli scopi dell’utilizzo.
Si consiglia di scegliere quei modelli che arrivano appena sopra il ginocchio, per evitare quel fastidioso scivolamento verso l’alto e il continuo “tirarli giù”.

Per quanto riguarda l’utilizzo di una – due taglie in meno, è necessario che non siano troppo stretti da impedire la circolazione sanguigna, ma abbiano una idonea e ben tollerata compressione. tale da dare la sensazione di “fasciato=protetto”. Per questo aspetto si evidenzia una variabilità soggettiva del gradimento compressivo, per cui tale aspetto si lascia alla sensazione personale dell’atleta.
L’azione elastocompressiva non è una banalità, ma ha una motivazione scientifica precisa e nota: la capacità di indurre sui tessuti sottostanti una facilitazione neuro-muscolare dello stimolo propriocettivo ma anche quella esterocettiva/psicologica (stato di allarme e senso di sicurezza) (Marinoni).
Questo effetto esercitato dallo scaldamuscoli, sia pur soggettivo e più o meno influente rispetto ad un bendaggio elastico, porta il suo contributo al miglioramento della condizione psicologica generale dell’atleta specie nel riscaldamento pregara.
Lo stimolo variabile dell’azione elastocompressiva sui muscoli, sviluppa anche un lavoro meccanico importante che favorisce lo svuotamento venoso durante l’attività fisica, dove, appunto nella fase di contrazione, l’azione contenitiva è uno dei meccanismi più efficaci per ottenere effetti significativi per il blood flow venoso (Mariani).
L’effetto elastocompressivo migliora inoltre la condizione chimico-fisica interstiziale con un’azione importante sul microcircolo, riducendo la filtrazione capillare e migliorando il drenaggio dei liquidi intratissutali sia per via venosa che linfatica (Aloisi-Ottavi; Bisacci) evitando così un eccessivo accumulo di scorie che, come noto, giocano un ruolo importante nel causare microlesioni fibrillari per via della loro proprietà abrasiva dovuta al pH acido.
Per cui gli scaldamuscoli ben aderenti, pur non essendo un bendaggio elastico funzionale e seppur in misura minore, riescono per la loro azione elastocompressiva ad offrire validi aiuti: supporto per il microcircolo compartimentale ed effetto decontratturante indotto dalla ripetitività degli stimoli tangenziali cutanei, a favore di una normalizzazione del tono muscolare e, per l’aspetto puramente psicologico di protezione, tramite la azione esterocettiva da effetto “cerotto” (Contigliani).

BIO-FISIOLOGIA
Per spiegare gli effetti che intercorrono in seguito all’azione di microfrizione elastocompressiva e alle cariche elettrostatiche indotte tra il capo sintetico e le parti del corpo direttamente a contatto, è necessaria una breve introduzione di bio-fisiologia che non vuole essere assolutamente accademica, ma sufficiente a spiegare semplicemente quali siano le parti in gioco e i principali meccanismi.
Il collagene è uno dei componenti più eclettici del tessuto connettivo e fasciale. Ha la capacità di assumere forme e proprietà diverse a seconda del compito a cui è deputato.
Le fibre di collagene sono intrinsecamente elastiche per via della disposizione in fasci paralleli delle eliche cristalline che le compongono e che si comportano come delle vere molle a spirale.
Per comprendere come la loro disposizione possa sviluppare caratteristiche differenti, prendiamo ad esempio i tendini e i legamenti. Pur essendo costituiti dallo stesso componente di base, il collagene appunto, essi sviluppano proprietà differenti proprio per la diversa struttura, la disposizione spaziale e l’assemblaggio delle fibre in fasci fibrillari.
I legamenti sono strutturati in strati incrociati e sovrapposti, questa configurazione li rende molto forti e tenaci con un’ottima flessibilità e pieghevolezza, consentendo il libero movimento articolare, ben controllando però la stabilità dei capi ossei per via della loro peculiare inestensibilità. Questa è dovuta al set-up incrociato e non parallelo dei fasci fibrillari, che tende a neutralizzare l’intrinseca elasticità del collagene, caratteristica che per i legamenti deve essere l’ultima delle qualità. Essi infatti non intervengono nella dinamicità del ROM – range of motion – articolare, ma solo a supporto dell’unita muscolo-tendinea deputata al movimento.

I tendini invece, rimanendo strutturati e disposti in fasci paralleli, sfruttano la proprietà di “twist” – torsione – che la forma elicoidale di molla a spirale sviluppa, permettendo una maggior estensibilità rispetto ai legamenti. Ne conviene che i legamenti sono strutture poco dinamiche, mentre i tendini, inclusi i retinacoli, aponeurosi e le espansioni miofasciali, sono strutture molto attive. Ciò perché la struttura dei cristalli elicoidali del tendine ha tra le sue caratteristiche, quella di essere piezoelettrica (Griner-Lee).
Questa è una proprietà del collagene, che si polarizza elettricamente quando è sottoposto a pressione o ad uno sforzo in grado di provocarne una deformazione plastica. Come viceversa, la struttura cristallina si deforma, espandendosi e contraendosi, sotto l’azione di un campo elettrico. In pratica la piezoelettricità trasforma la corrente elettrica in lavoro-azione meccanica, e lo stesso vale per l’inverso.
Per i “bodyworkers” questa correlazione è un aspetto fondamentale per la conoscenza dei meccanismi e degli effetti, che avvengono per induzione durante la pratica delle varie tecniche di massaggio o di manipolazione miofasciale. Serve inoltre a spiegare come l’utilizzo degli scaldamuscoli possa interagire doppiamente con la proprietà piezoelettrica propria di alcuni costituenti dei tessuti corporei che possiedono questo tipo di configurazione del collagene. Dapprima, come abbiamo visto, è l’azione elastocompressiva che, pur non avendo la pressione di un massaggio, esercita uno stimolo meccanico-propriocettivo apprezzabile; poi è la microfrizione che genera una debole corrente elettrostatica.
Questo lavoro sinergico si presume sia di aiuto nel contrastare lo sviluppo di eventuali infiammazioni da microlesioni. A tal riguardo spiega bene il dottor Claudio Gallozzi, specialista in medicina dello sport, che “… quando le fibre collagene vengono sollecitate con pressioni o torsioni, quindi con forze meccaniche, producono un segnale caricandosi elettricamente … questo è uno dei segnali elettrici informativi che parte del sistema del sensing bio-elettromagnetico-chimico con caratteristica di informare in tempo reale. Una delle azioni più importanti di questo sistema è la capacità di determinare l’inizio dei processi di riparazione/rigenerazione …”.
Inoltre l’effetto piezoelettrico conseguente all’azione meccanica, ripristina le proprietà morfo-funzionali della matrice extracellulare con conseguente decongestione del tessuto connettivo (Cheng, 1982).

I MECCANISMI
L’esperienza positiva nell’utilizzo degli scaldamuscoli sintetici, si è basata sulla bassa incidenza di problematiche a carico del distretto pubo-inguinale, nonostante l’evidente differenza nella gestualità e negli schemi motori biomeccanici, intrinseca per atleti di diverse specialità sportive: questa diminuzione di infortuni/patologie in un gruppo di atleti numeroso e sportivamente variegato, ha indirettamente confermato l’efficacia dell’uso di questo indumento.
Tutto ciò però rimane ancora una “presunzione”. Infatti Robert Schleip, noto ricercatore fasciale di fama internazionale, in merito alle ricerche sull’interazione tra correnti e cariche elettriche e i tessuti miofasciali, riferisce che “… i tentativi di stimolazione elettrica su tessuti fasciali usando una vasta gamma di frequenze e ampiezze, non abbiano dato un evidente effetto immediato …”.
Schleip pensa che una relazione ci debba essere, dato che i miofibroblasti comunque possono essere influenzati da diversi e seppur piccoli gradienti elettrici, nei loro movimenti direzionali attraverso la matrice extracellulare (MEC), e che quindi si deve continuare ad indagare. Mentre a proposito della stimolazione elettrostatica indotta dagli scaldamuscoli, ritiene che “… la conseguenza di questa azione può essere dovuta ai profondi e più lunghi effetti causati da un nuovo input, come avviene nel trattamento del dolore nella sindrome miofasciale, sempre riferito allo stesso segmento spinale …”. “Questo – continua Schleip – sembra coivolgere l’attività di una larga gamma dinamica di neuroni di recente scoperta, i WDR (wide dynamic range neurons). Infatti la recente letteratura del settore, evidenzia come essi possono essere stimolati/modificati con piccole cariche elettriche …”. Schleip concludendo, ricorda “… come siano ormai ben noti gli effetti molto potenti indotti dagli aghi nella pratica dell’agopuntura, anche se l’ago agisce su un punto non meridiano ma riferito allo stesso segmento spinale … Difatti la riflessoterapia di Kovac (con graffette chirurgiche) sembra essere efficiente e probabilmente coinvolge le stesse dinamiche neurofisiologiche … Attualmente alcuni operatori di agopuntura e di trigger point usano aghi che hanno una carica elettrica con un apparente aumento di risultati positivi nei loro trattamenti …”. Si ha bisogno ad ogni modo di ulteriori studi di approfondimento e ricerca.
Dello stesso avviso è Will Gibson, ricercatore ed esperto di problematiche DOMS – delayed onset muscular soreness – convinto che la ricerca di questo inizio secolo stia svelando proprietà importanti e molto affascinanti della fascia, e che in futuro porterà grandi novità per tutte le attività legate al corpo umano, dalla salute alla diagnostica e prevenzione.

CONCLUSIONI
L’ esperienza fatta principalmente su atleti di arti marziali e runners, che per qualche decennio hanno seguito l’abitudine di utilizzare gli scaldamuscoli, non ha rilevato nessun particolare riscontro riferito al dolore nell’area pubo-inguinale. Un’altra nota positiva è stata per le problematiche a carico dei mm. ischiocrurali dei runners, dove si è avuta una diminuzione sensibile delle contratture e degli stiramenti muscolari.
Certo non sono sport in cima alla lista tra quelli più a rischio di sindrome pubalgica, ma non ne sono neanche immuni secondo le statistiche, data la frequenza importante di allenamento e la ripetitività dei gesti sportivi.
Per quanto riguarda l’esperienza con gli atleti del Seregno Rugby, l’utilizzo quasi sistematico degli scaldamuscoli prosegue da circa 5 stagioni agonistiche.
Non tutti gli atleti riescono a sopportare l’indumento, ma è una percentuale molto bassa (circa il 15-20%) che diminuisce sempre più. Certamente anche questa “abitudine” necessita di determinazione e costanza, come del resto richiede qualsiasi protocollo di prevenzione.

Serve capacità di adattamento e sopportazione, specie d’estate col caldo (infatti come circa il 30% dei giocatori cerca di evitare di indossare il capo sintetico nei periodi caldi) ed è quindi importante anche il periodo climatico stagionale in cui si svolge la preparazione e il campionato. La prima fase infatti inizia, per quanto riguarda il Seregno Rugby, a fine agosto e continua per tutto settembre, per cui in condizioni di caldo da fine estate. Questo è ovviamente un periodo delicato in quanto la condizione fisico-atletica è al minimo ed è quindi più facile che qualche problema possa presentarsi, per la persa/diminuita tonicità e reattività muscolare, un eventuale sovrappeso e la bassa condizione aerobica-cardiopolmonare. Proprio in questo fase di inizio preparazione l’utilizzo dei fuseaux deve essere consigliato, esprimendo in questo periodo al meglio l’azione preventiva. Lo stesso vale anche per il periodo da aprile a giugno), quando si conclude il campionato ed iniziano i tornei: siamo alla fine della stagione agonistica, con problematiche differenti ma che necessitano delle stesse precauzioni, dato che la stanchezza da sovraccarico è terreno fertile per gli infortuni.
Le statistiche segnalano come nelle ultime 3-4 gare di campionato, e specialmente nell’ultimo quarto di gioco (i 20 minuti finali) si abbia una probabilità maggiore di incorrere in un infortunio, il cosiddetto injury time, ben studiato dalle federazioni dell’emisfero australe di rugby.
Un altro aspetto positivo sull’utilizzo degli scaldamuscoli è l’effetto “seconda pelle” riferitoci da quei giocatori che li indossano ormai sistematicamente: quando il terreno di gioco si trova nella condizione di essere definito “duro”, vuoi per il gelo o per periodi di siccità, intervengono ad evitare le fastidiose abrasioni da impatto-caduta-scivolamento, specie per tutta la parte laterale della coscia dal tratto ileotibiale del m. tensore della fascia lata fino all’area trocanterica dell’anca.

In conclusione, ovviamente gli scaldamuscoli non sono la panacea del dolore pubico, ma sicuramente (almeno per la nostra esperienza) sono un importante aiuto nei vari protocolli preventivi per una migliore efficacia dei trattamenti di bodyworks nel contrastare l’insorgenza della sindrome pubalgica. Tutto è legato allo sprone dei tecnici e alla volontà dell’atleta nel perseguire un protocollo di prevenzione a 360 gradi.
Serve impegno, ma soprattutto la presa di coscienza che la prevenzione è l’unica forma di tutela per il proprio corpo, dove l’averne cura dev’essere una piacevole routine, una sorta di investimento e non un obbligo, sia a tutela del futuro agonistico e per quello a lungo termine del dopo carriera sportiva.
Tutti gli sportivi devono avere ben chiaro che se “si vuole bene a se stessi” e si ha rispetto del proprio corpo, anche il lavoro di assistenza che i vari operatori del settore, medici e non, svolgono, risulteranno essere molto più efficaci.
Non si deve andare dal terapista, dall’osteopata o dal massoterapista solo quando si è al limite della sopportazione o se un disagio è divenuto una limitazione non solo per l’attività sportiva! Un buon lavoro preventivo di squadra è la carta vincente da giocare per investire in quella macchina meravigliosa che è il corpo umano.

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Immagine 2, per gentile concessione Biscarini – Moretti, tratta da “CINGOLO PELVICO E ARTICOLAZIONI SACRO-ILIACHE”.
Immagine 8, tratta da “Wikipedia”

Maurizio Ronchi
Operatore olistico – Bodyworker sportivo non terapista disciplinato ai sensi della legge 14 gennaio 2013, n.4 (G.U. 26 gennaio 2013, n. 22)
Divulgatore e docente di sportbodyworks e “tecnica passivattiva”
Coordinatore dello staff medico del Seregno Rugby
Membro dell’Associazione Manipolazione Fasciale® e dell’Associazione Italiana Taping Kinesiologico®
Istruttore FIDAL (Federazione Italiana di Atletica Leggera)
Istruttore postura MBT (Masai Barefoot Technology)
Membro APODIB – Associazione Professionale Operatori Discipline Bionaturali
E-mail passivattiva@libero.it

RingraziamentiCome per i precedenti lavori, colgo sempre l’opportunità per dire grazie a coloro che, pur essendo poco noti agli addetti del settore e alla maggior parte degli atleti, studiano e fanno ricerche per rilevare e svelare quei segreti che risiedono nelle più intime e microscopiche pieghe del nostro corpo. Dati, consigli, spiegazioni, meccanismi che diventano idee preziose per noi operatori sportivi, istruttori, allenatori, preparatori, massaggiatori, terapisti e medici. Non è più possibile oggigiorno sviluppare un qualsiasi programma di allenamento, o protocollo di prevenzione, o di un trattamento bodyworks, senza prendere visione di ciò che questi scienziati ci mettono a disposizione attraverso le loro pubblicazioni. Senza tralasciare inoltre l’opportunità che ci viene data per il nostro continuo aggiornamento scientifico-conoscitivo, nel dipanare dubbi e soddisfare le curiosità che ci portano poi ad elaborare strade nuove o a migliorare vecchie tecniche. Peccato che anche loro debbano sempre combattere per ottenere quei finanziamenti necessari per continuare la ricerca e che il più delle volte devono fare salti mortali per concludere studi che sono di utilità per tutti noi, dato l’impegno che si sono assunti nei riguardi della nostra salute.
A tutti i ricercatori di cui apprezzo l’enorme sforzo di studio e ricerca, ma anche quello di sopportarmi: Robert Schleip, Carla Stecco, Claudio Gallozzi, Art Riggs, Antonio Stecco, Will Gibson, Rosario Bellia, Erik Dalton, Luigi Stecco, Antonio Dal Monte e al compianto Dave Simons …GRAZIE!

Staff tecnico di supporto:
Massimo Terragni, istruttore IFBB CobraGym FitnessClub
Dr Roberto Galli, medico e istruttore IFBB CobraGym FitnessClub
Mauro Brambilla, istruttore IFBB CobraGym FitnessClub
Lorenzo Crippa. fisioterapista sportivo

Un doveroso ringraziamento ai “miei” ragazzi del Seregno Rugby, ai laureandi e neolaureati in Fisioterapia che si sono succeduti in questi anni nel praticantato al BOX3 del Seregno Rugby per il loro grande aiuto, a Piera e Massimo Terragni per la disponibilità delle strutture della palestra CobraGym FitnessClub.

Disclaimer – dichiarazione di non responsabilità
Le informazioni presenti nella pubblicazione sono puramente esperienziali e costituiscono una indicazione di tipo generale in riferimento alle problematiche descritte.
Scopo del contenuto è “educational – divulgativo” e non sostituisce in alcun modo l’intervento e/o l’opinione del medico e la sua diagnosi in relazione ai casi reali.
E’ quindi d’obbligo contattare il proprio medico di fiducia o lo specialista di sua indicazione, per ricevere una diagnosi corretta e le idonee disposizioni terapeutiche.

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