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RUGBY E CONCUSSION: SERVE UN CAMBIAMENTO CULTURALE

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di Maurizio Ronchi*
con la collaborazione di Federico Polimene° e dello staff medico Seregno Rugby

È necessaria un’importante premessa utilizzando l’intro sulla concussion del portale England Rugby (1): il trauma cerebrale concussivo si verifica ogni giorno per strada, nei cortili della scuola e sul posto di lavoro.
Il rugby è uno sport di contatto e, sebbene sia impossibile eliminare completamente il pericolo di concussion, esistono una serie di misure che possono ridurre notevolmente il rischio e prevenire il verificarsi.
Per attuare queste misure precauzionali e preventive nel nostro sport è necessario un cambio di mentalità che preveda:

  • conoscere il problema (informazione)
  • avere una buona preparazione (formazione)
  • seguire le linee guida indicate da World Rugby (2).

Il portale di World Rugby (WR) mette gratuitamente a disposizione molte utili informazioni per tutti gli aspetti del rugby per ogni categoria: da quelli tecnici e sanitari, per il gioco e regolamento a quello gestionale e legale, con numerosi tutorial e video in diverse lingue.
E’ un vero peccato che sia così poco conosciuto e utilizzato specie a livello dilettantistico, come invece lo meriterebbe visto il grande impegno profuso per essere disponibile a tutti. Infatti, nonostante i chiari e semplici messaggi sulla gestione delle commozioni cerebrali come a esempio il mantra del RICONOSCERE e RIMUOVERE (3), la loro applicazione nel rugby per tutti i livelli non Top-Pro, è ancora incoerente e insufficiente oltre che poco coordinata dalle federazioni.
Gli ostacoli per un’azione organizzata ed efficace, includono una mancanza di consapevolezza e conoscenza per cosa sia una concussion e come riconoscerla. Oggi questa è una seria preoccupazione, posta in evidenza da statistiche e studi scientifici, che non deve però spaventare ne giocatori e giocatrici ne i genitori dei piccoli rugbisti. Per questo serve un serio impegno e programmare informazione e formazione secondo le linee di WR, proprio per cambiare la mentalità romantica/eroica del rugby.
L’importanza di applicare il RICONOSCERE e RIMUOVERE nella gestione della concussion e le conseguenze di non gestirla adeguatamente, è gran parte dovuta alla cultura di questo sport, che vive ancora nel mito, in tanti giocatori e tecnici, che le botte in testa sono parte del gioco e che se esci dal campo fintanto che la testa non sia staccata dal corpo, sei una mammoletta.
È interessante per sottolineare questo necessario cambiamento culturale, come la Federazione Inglese (RFU) ponga l’evidenza anche sul linguaggio da usare a bordo campo. Pur sapendo che il nostro è uno sport di contatto e a volte anche litigioso in partita, evitare alcune frasi eccessive o colorite quando si gioca in difesa o durante i placcaggi, potrebbero limitare certi eccessi di gioco, specie in età adolescenziale.
Nella mia esperienza poche volte ho sentito da bordo campo (pubblico compreso), quelle tipiche frasi che appartengono a uno sport più rotondo del nostro ovale. Di fatto abbiamo dei valori insiti nel rugby che ci sono invidiati; ciò non toglie che un linguaggio appropriato è sempre auspicabile a prescindere, ed è la prima forma di rispetto verso chi gioca e per chi arbitra.

INFORMAZIONE/FORMAZIONE

Il primo passo per il cambiamento è quello educativo e formativo.
Prendendo ancora l’esempio dal portale inglese RFU, in linea con WR, si evidenzia come un’efficace prevenzione e gestione delle concussion richieda l’azione coordinata di allenatori, genitori, insegnanti, giocatori, preparatori, soccorritori/personale medico e arbitri. Le responsabilità chiave includono:

  • Impostare la cultura all’interno della squadra, del club e tra i genitori in merito alla concussion.
  • Supportare l’allenamento e l’arbitraggio con tecniche e comportamenti dei giocatori che riducono il rischio di urti alla testa e placcaggi scorretti.
  • Implementazione di formazione tecnico/atletica che riduca il rischio di concussion.
  • Prendere sul serio la concussion ed educare i giocatori sulla questione.
  • Riconoscere che la concussion, come lo è già per le lesioni spinali, dev’essere vista e seguita in modo diverso rispetto ad altre lesioni/infortuni.
  • Comprendere i processi di gestione della concussion da seguire.
  • Incoraggiare i giocatori a segnalare onestamente tutti i sintomi senza timore di conseguenze negative a seguito di un trauma concussivo.
  • Essere aperti e onesti e non ostacolare il personale medico e di primo intervento.

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Sono tutti punti estremamente importanti da raggiungere; è evidente che serve informare e formare per un cambio di mentalità, auspicando che la nostra federazione (FIR) si spenda per attuarlo quanto prima.
Il primo passo è far prendere coscienza di cosa sia la concussion per chi gioca, specie se bambini o giovani adolescenti. Lo stesso dev’essere fatto per tutti i non giocatori, dai tecnici ai dirigenti, dagli accompagnatori ai genitori, che devono farsi carico per adempiere a uno dei pilastri del nostro sport: RISPETTO e SOSTEGNO.
Essere in grado di riconoscere e rimuovere, dev’essere per tutti noi del rugby un obbligo etico e morale: lo dobbiamo per rispetto a chi gioca.
Far conoscere e comprendere la concussion in tutti i suoi aspetti, da quelli immediati a quelli latenti che sono i più subdoli, permette di conoscerla, affrontarla e aiutare da subito i medici, soccorritori e successivamente ottimizzare il percorso di guarigione per il ritorno al gioco Graduated Return To Play (GRTP) (4).
Il sostegno non deve mai mancare prima-durante-dopo la concussion, l’atleta fermato non si deve mai sentire solo nella fase di recupero che può essere anche di diverse settimane.
Il compito di tutti i non giocatori, dev’essere l’aiuto per l’infortunato nel dissipare ogni timore di sentirsi in colpa con la squadra per l’accaduto: nessuna vergogna nel segnalare di aver subito un possibile trauma concussivo, anzi così facendo metti a rischio la tua incolumità e fai peggiorare la performance della squadra. La prestazione di giocatori/giocatrici con possibile concussion è compromessa, perché i loro processi decisionali di risposta agli stimoli del gioco sono generalmente rallentati, così come lo sono l’equilibrio, la coordinazione e soprattutto la reazione per proteggersi nelle fasi di contatto.
Scongiurare la temuta e pericolosa sindrome da secondo impatto (SSI) alla testa è imperativo!
Sarebbe molto educativo per il settore dilettantistico se l’esempio venisse dai professionisti, specialmente dai più carismatici o noti.
Stiamo assistendo negli ultimi anni, a una serie di class-action di ex giocatori verso le federazioni, per una presunta mancata attenzione, informazione e prevenzione verso chi ha giocato e che ora mostra segni di degenerazione neurologica.
Giusto o sbagliato non sono io a dover giudicare; quello che mi auguro è che la presa di posizione di giocatori e giocatrici Top-Pro su come sia importante fare prevenzione per la concussion, andrebbe attuata nel pieno della loro carriera, così da far passare il messaggio che segnalare è solo volersi bene e voglia di non mettere in difficoltà la squadra.
Questo comportamento avrebbe un forte impatto educativo mediatico per le categorie minori e le giovanili. Il cambio culturale per i giocatori, che deve iniziare sin dal mini rugby, sarebbe così incoraggiato evidenziando l’importanza di riconoscere e segnalare i sintomi o i segni della concussion, per se stessi e per i compagni di squadra.
Segnalare che un giocatore abbia ricevuto un colpo sospetto non è fare la spia, è proteggerlo.
Un esempio corretto di comportamento viene dagli attuali giocatori e giocatrici professionisti, che mai vediamo ostacolare l’intervento dello staff medico durante la partita. Sarebbe però da enfatizzare anche questo aspetto, dato che nelle nostre serie accadono ancora resistenze nel  sottoporsi a check di valutazione bordo campo, o si evidenziano inutili polemiche da parte dei coach, che fanno solo perdere tempo prezioso ai soccorritori di campo.
Fortunatamente la nuova generazione di arbitri è molto attenta e ben preparata su questi aspetti e sono davvero di grande aiuto.

Purtroppo nel rugby dilettantistico, appare ancora carente la comprensione della concussion in molti tecnici e giocatori, dove purtroppo resiste quell’aura romantica dell’essere dei duri. Uno degli errori comuni che la maggior parte degli addetti ai lavori commette nei riguardi della concussion, è credere che si debba andare KO per essere sostituiti.
Il trauma concussivo può essere in atto anche se non si è storditi, infatti le statistiche indicano che solo il 10% di essi comportano la perdita di coscienza.
È quindi estremamente importante e preventivo che, qualunque sia il proprio ruolo nel rugby, si deve sentire la responsabilità di RICONOSCERE i segni e i sintomi della concussion e, anche se esiste solo un dubbio, si deve prendere la giusta decisione (RIMUOVERE) per proteggere la salute e il benessere di giocatrici e giocatori, bambini e adolescenti in primis.
È questo il punto cruciale da evidenziare, specialmente per i tecnici e per chi gioca: serve il cambio di mentalità e lo si ottiene solo facendo informazione e formazione.
Per RICONOSCERE i segni bisogna imparare a conoscerli.
Sono di nuovo d’aiuto i poster di WR come il documento “Guida per la gestione delle commozioni cerebrali” (5). Tralasciando la valutazione durante la partita, dove c’è sempre il medico e gli operatori di primo intervento, chiunque può fare molto se la concussion accade durante l’allenamento.
Non serve essere un medico o un neurologo nella valutazione immediata. Usando una Sideline Concussion Check Card (6), un pieghevole grande come una carta dei servizi, il cui uso, grazie alla semplice sequenzialità dei test, è intuitivo e facile, è possibile attivare da subito eventuali decisioni e azioni adatte.
Un segno o sintomo di trauma concussivo a seguito di un impatto diretto o indiretto alla testa, è sufficiente per sospettare che sia avvenuta la concussion e procedere a RIMUOVERE l’atleta dal campo di gioco anche solo come garanzia di cautela.
Basta un minimo di formazione per tutti, come quella che viene annualmente programmata nel precampionato per giocatori e non, dato che una prevenzione efficace deve necessariamente essere sinergica tra tutti i componenti di una squadra.

Lo staff medico deve sempre pianificare una continua formazione e preparazione per la prevenzione e la gestione dei traumi concussivi, sia per l’immediato che per il percorso post concussion.
Il nostro staff ogni stagione esegue i refresh dei vari protocolli, dal BLSD alle tecniche di imbarellamento e immobilizzazione (pick&go), all’attenzione per la valutazione della concussion e al graduale ritorno all’attività post trauma commotivo (GRTP).
Questi protocolli sono tutti disponibili in poster e tutorial sul portale di WR, ottimo supporto sia per chi inizia il percorso di conoscenza delle procedure della concussion, che come ripasso procedurale.
Ci sono inoltre diverse pubblicazioni e studi di ricerca che consentono a tutti di avere un’informazione su statistiche e ultime novità su procedure sempre migliorate per la concussion e non. Inoltre confrontarsi con gli staff medici delle squadre pro è sempre auspicabile vista anche la loro disponibilità. I loro consigli, seppur maturati in ambiti diversi, tornano sempre utili anche ai livelli inferiori della pratica del Rugby.
Il nostro staff sfrutta le riprese delle partite del video-analyst, molto utili per capire i meccanismi e le dinamiche dei punti d’incontro: è qui che l’attenzione dev’essere massima. Poter rivedere, anche rallentando, l’azione permette di abituarsi a valutare le situazioni potenzialmente pericolose e alcuni aspetti biomeccanici che possono causare infortuni.
Le evidenze delle statistiche indicano che il punto d’incontro è il luogo in cui si verifica la maggior parte delle concussion nel rugby. Ci sono quindi diversi ovvi aspetti da perseguire per limitare che possa accadere; alcuni riguardano il regolamento, diversi già in atto e altri in via di studio per nuove regole e sanzioni da parte di WR. Altri prettamente tecnici del gioco, come insegnare o correggere il comportamento dei giocatori che per inesperienza o gap formativo, rischiano di subire un trauma concussivo durante le fasi di placcaggio in primis e nei punti d’incontro.
Una mirata preparazione fisica e di skills per una corretta esecuzione dei gesti tecnici di gioco, dev’essere già contemplata sin dal minirugby e giovanili.
Una recente ricerca finanziata dalla RFU Inglese, consultabile sul loro portale, ha dimostrato che la concussion può anche essere prevenuta a tutti i livelli fino al 60%, attraverso l’uso di un programma di esercizi pre-riscaldamento strutturato per la pre-attivazione e controllo del movimento/gesto.
Anche le nostre statistiche sugli infortuni (non solo concussion) dei giocatori del Primo XV (serie C), evidenziano come il mancato o insufficiente riscaldamento dei giocatori in panchina o per le avverse condizioni ambientali invernali, possano aumentarne l’incidenza. Lo stesso vale per il frettoloso warm-up pre-partita o degli allenamenti settimanali prima delle fasi di contatto fisico.
Chiunque arrivi in ritardo, non deve saltare la parte di riscaldamento, mai! E di questo coach e preparatori devono farsi carico.
Come è noto il trauma concussivo non avviene solo per trauma diretto a testa/collo, ma anche per induzione delle forze da impatto che avvengono in altre parti del corpo e che si propagano come un’onda verso la testa.
Ad esempio un placcaggio basso sulle gambe e successiva caduta, può portare a un colpo di frusta del capo del placcato, il quale a sua volta può indurre uno scuotimento del cervello all’interno del cranio (concussion).
È evidente che ci sono dei però e dei distinguo da fare. Il corpo umano è sufficientemente plastico, si può ben adattare alle diverse situazioni potenzialmente traumatiche e dannose, ed è certo che non tutti i traumi contusivi possano essere pericolosi.
Se poi facciamo riferimento al corpo di un atleta fisicamente e tecnicamente ben preparato, statisticamente più resiliente, ha la capacità di dissipare meglio l’energia degli impatti e/o meglio adattarsi alle situazioni posturali avverse, proprio come indica lo studio sul pre-riscaldamento.
Questo non giustifica però l’abbassare la guardia per i traumi concussivi dato che, secondo recenti studi, questa resilienza sembra non essere sufficiente soprattutto per il cervello di bambini e adolescenti, che anzi si dimostrano più vulnerabili.
Non bisogna creare terrorismo sulla concussion specie nei genitori, ma è importante che tutti conoscano come poterla prevenire e affrontare insieme.
L’esperienza e la preparazione dei soccorritori è fondamentale, perché si deve agire in tempo reale con la velocità e la concitazione delle fasi di gioco. Nella nostra categoria non abbiamo ne il VAR/TMO, né tanti occhi in campo (nel migliore dei casi sono 4, il più delle volte solo i 2 del medico…): cercare di capire nel minor tempo possibile se la la dinamica dell’accaduto o l’immediato comportamento dell’atleta, debbano portare a intervenire, è davvero impegnativo, ma fattibile. Servono una continua formazione e allenamento per essere concentrati e pronti.
Il Seregno Rugby, dalla prossima stagione sta programmando di tesserare come operatori di campo tutti i componenti del nostro staff medico, per poter avere più occhi durante la partita e fornire quanto di meglio si possa fare per la tutela di chi gioca.
Da sempre durante tutti gli allenamenti delle varie squadre, c’è sempre la presenza di un componente dello staff medico e anche di operatori BLSD.
Nel rugby dilettantistico vige solo la regola del RICONOSCERE e RIMUOVERE, purtroppo nessun protocollo specifico è previsto, anche se generalmente l’arbitro concede sempre qualche minuto a bordo campo, per mettere in atto un minimo di protocollo valutativo per poter decidere se rimuovere o meno l’atleta, pur con l’imperativo che nel dubbio, si deve far uscire a scopo cautelativo.
La fase di valutazione della concussion durante la partita è purtroppo comunque limitata da quanto (non) prevede il regolamento nelle categorie inferiori.
Come detto ci dobbiamo attenere alle indicazioni di WR, quindi non possiamo eseguire per ovvie ragioni di personale il protocollo HIA (valutazione per i traumi alla testa). È auspicabile che la federazione fornisca presto un supporto e una linea guida comune per la concussion nel rugby dilettantistico, dato che per esperienza affidarsi solo a RICONOSCERE e RIMUOVERE spesso non è sufficiente.
Il nostro staff medico è ovviamente a disposizione della federazione, ma anche di chiunque possa aver bisogno per qualsiasi supporto o informazione/formazione.
La stessa attenzione la si deve garantire anche per la fase di ritorno al gioco (GRTP), dove tutto quanto è possibile fare si deve applicare con attenzione e al meglio delle proprie possibilità, conoscenze e mezzi.
Per il programma GRTP esistono le ovvie limitazioni di non essere un club pro, con tutte le difficoltà del caso: pochi mezzi, spazi e personale per un corretto protocollo di recupero. La federazione dovrebbe impegnarsi anche per questo percorso riabilitativo, affinché questa garanzia di tutela non sia esclusiva dei top player.
Non è però impossibile fare un minimo e corretto GRTP; si può fornire comunque una sufficiente garanzia agli infortunati di essere seguiti e supportati. Certo tutto è rapportato alla dimensione dilettantistica. Ad esempio viene adottata una mini-SCAT (7) per la valutazione durante il percorso di recupero, personalizzata sull’esperienza del nostro protocollo PEC (8), con test ed esercizi per la propriocettività, l’equilibrio e la coordinazione motoria.
Il protocollo PEC nato come prevenzione degli infortuni o per la riabilitazione e riatletizzazione post-traumatica o chirurgica, è entrato a pieno titolo nel nostro percorso GRTP.
World Rugby indica che proprio per l’aspetto subdolo, la concussion nello sport necessita di attenzione fin dalla scuola dove gli insegnanti devono essere in grado oltre che riconoscerla, di rispettare i protocolli di riposo per mente e corpo previsti dal GRTP.
Come la temporanea sospensione dell’attività scolastica o delle materie o compiti stressanti per il cervello in via di guarigione. È ovvio che ci saranno sempre quelli che se ne approfitteranno, ma questo è un altro discorso che poca ha a che fare con la prevenzione, anche se la temporanea sospensione dell’attività fosse solo per un eccesso di prudenza.
Questo è il cambio di mentalità che auspica WR e che anche noi vogliamo e chiediamo fortemente per la concussion, che dev’essere attuato in tutti i suoi aspetti a 360 gradi e per tutte le situazioni di sport o ludiche.

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CONCLUSIONE: DISTINGUERE IL PERICOLO DAL RISCHIO

Certo che il rugby rimarrà sempre uno sport di contatto, con tutte le implicazioni del caso. È importante conoscere bene i pericoli e gestire al meglio i rischi con informazione, formazione, prevenzione e cura.
È importante distinguere il pericolo dal rischio e prendo come esempio come lo spiego ai nostri giocatori più giovani: “Il fuoco, come il sole può essere pericoloso per la salute quando ci ustiona. Questo rischio di scottatura lo si può minimizzare con adeguate precauzioni, dispositivi, protezioni, e prevenirlo col conoscerne la pericolosità. La stessa cosa vale per tutti gli sport di contatto che sono pericolosi per la loro natura del gioco e dove la concussion è uno dei rischi più seri. Certo che una sana paura ci deve essere nei giocatori e giocatrici, come anche per genitori e parenti, ma dev’essere quel sano timore che ci mette in allerta e fa alzare l’attenzione. Quello che serve è conoscere i rischi della concussion e mettere in campo tutte quelle azioni di precauzione e tutela per chi gioca, attraverso l’informazione e la prevenzione.”
I valori del nostro gioco: lavoro di squadra, rispetto, sostegno, divertimento, disciplina e sportività sono rilevanti per mettere in atto un cambiamento culturale attraverso il comportamento di tutti noi in relazione alla concussion. Serve quindi l’impegno di tutti, da WR nel regolamentare i punti d’incontro e con una maggiore severità arbitrale sulle scorrettezze intenzionali, all’allenamento fisico/tecnico di chi gioca fino alla preparazione degli staff medici e il pieno rispetto dei tempi di recupero/guarigione, necessari per scongiurare un prematuro rientro al gioco col grave rischio della sindrome da secondo impatto.
E che la Federazione supporti l’anello debole del nostro movimento: le categorie dilettantistiche e le giovanili, ovvero il futuro del nostro sport. Noi siamo a disposizione.

SITOGRAFIA

  1. https://www.englandrugby.com/participation/playing/headcase/concussion-prevention
  2. https://www.world.rugby.com e https://passport.world.rugby/it/
  3. https://resources.world.rugby › ConcussionPoster
  4. https://passport.world.rugby/it/salute-e-sicurezza-dei-giocatori/gestione-delle-commozioni-cerebrali-per-il-pubblico-generale/ritorno-al-gioco-graduale-grtp/
  5. https://passport.world.rugby/it/salute-e-sicurezza-dei-giocatori/gestione-delle-commozioni-cerebrali-per-il-pubblico-generale/gestione-delle-commozioni-cerebrali-di-world-rugby-per-il-pubblico-generale/
  6. https://www.seregnorugby.eu/wp/documenti-e-regolamento/?doing_wp_cron=1629810208.2921190261840820312500
  7. https://passport.world.rugby/player-welfare-medical/concussion-management-for-doctors-and-health-care-professionals/sideline-assessment/scat5-scoring/
  8. https://bodyworkstpm.wixsite.com/bodyworks-tpm/articoli

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MAURIZIO RONCHI*
Coordinatore staff medico Seregno Rugby, bodyworker e operatore BLSD
FEDERICO POLIMENE°
Massofisioterapista Seregno Rugby, bodyworker e operatore BLSD


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