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TUTTI A SCUOLA! Il timore del primo giorno la sindrome del rientro dopo tre mesi di vacanza… I consigli per i genitori

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Testo di Roberta Camisasca

C’è chi urla, piange e si attacca alla gonna della mamma. Chi non vede l’ora di cominciare e si fionda dentro la scuola correndo, con un sorriso stampato. Chi è titubante e curioso di sapere cosa succede al di là di quella porta, ma non ha il coraggio di lasciarsi andare. Le reazioni dei bambini al primo giorno di scuola sono tanto diverse quanto quelle dei loro genitori: molti sono sereni, alcuni si commuovono, altri non riescono a mascherare l’ansia.

UNA GIORNATA SPECIALE

In qualsiasi modo venga vissuto, il momento in cui un bambino entra a scuola per la prima volta resterà per sempre impresso nella memoria di tutta la famiglia. «È giusto che venga vissuto come una piccola festa», premette Emanuela Iacchia, psicologa e psicoterapeuta dell’età evolutiva a Como e Milano, responsabile del Servizio di psicologia clinica del poliambulatorio Medici in famiglia di Milano. «Facciamo in modo che per quel giorno sia tutto pronto, coinvolgendo il piccolo nell’acquisto del materiale scolastico, lasciandogli la libertà di scegliere lo zaino e l’astuccio dell’eroe preferito, scattandogli una foto la mattina del debutto. Facciamolo sentire protagonista del grande passo». Molti genitori si preoccupano che il bambino si stressi troppo in attesa della fatidica campanella. «Un po’ di emozione è del tutto sana e utile e la maggior parte dei bambini supera bene questo passaggio», sottolinea Anna Oliverio Ferraris, psicoterapeuta e professore ordinario di psicologia dello sviluppo all’Università La Sapienza di Roma. «Si ha la percezione di essere “più grandi”, di entrare in una nuova fase della vita. Ci può essere un po’ di timore iniziale, dovuto alla non conoscenza: c’è la curiosità di scoprire chi è la maestra, qual è la propria classe, come saranno i compagni. Alcuni bambini sanno già in parte cosa li aspetta perché molte scuole organizzano incontri con le future insegnanti e visite guidate alle aule, per dare modo ai bambini di familiarizzare con l’ambiente e anche incuriosirli un po’. La prima mattina, comunque, può essere più semplice e scorrevole se si entra insieme ad alcuni compagni della scuola materna». L’importante è mantenere la calma e mostrarsi sereni. «La maggior parte dei bambini entra in risonanza con le emozioni dei genitori, per cui se papà e mamma sono incoraggianti, parlano della scuola in termini positivi e magari raccontano un aneddoto divertente o rassicurante sul loro primo giorno, anche i figli saranno ben disposti nei confronti della novità», sottolinea Oliverio Ferraris. «In genere, se c’è un fratello o una sorella maggiore il passaggio è facilitato, perché ai minori piace imitare i più grandi».

LA PAURA DEL DISTACCO

Le problematiche che si presentano nel passaggio dall’ambiente rassicurante di casa a quello sconosciuto della scuola si manifestano a due livelli: emotivo e cognitivo. Il primo riguarda essenzialmente la paura del distacco dalle figure di riferimento (in primis, mamma e papà). Il secondo ostacolo è il timore di non farcela, di non essere all’altezza dei compiti che gli verranno assegnati. «Se il bambino non ha frequentato la scuola dell’infanzia, l’elemento novità può creare un po’ di ansia in più, ma molto dipende da come i genitori lo preparano all’evento e da come la scuola ha organizzato l’accoglienza dei nuovi arrivati», prosegue Oliverio Ferraris. «Se invece ha già frequentato la comunità scolastica e magari anche il nido, sa già a che cosa va incontro e in genere è più rilassato: ha già sperimentato questa situazione e sa che, terminata la giornata di scuola, la mamma tornerà a prenderlo».

È giusto che il primo giorno sia vissuto come una festa

«Oltre a questa difficoltà, il piccolo deve fare i conti con la nuova realtà, che si scontra con i suoi istinti naturali: il bambino vivace deve elaborare l’idea del contenimento e degli schemi, quello chiuso e silenzioso deve affrontare la vita di società, che non è nella sua natura», aggiunge Iacchia. Come comportarsi? «Al momento dei saluti, non esageriamo con bacetti e abbracci, non soffermiamoci sulla porta della scuola, ma sorridiamo e andiamo via», consiglia l’esperta. «Piuttosto, per rendere più dolce questo passaggio è utile, se il lavoro lo consente, prendersi due o tre pomeriggi liberi da trascorrere con il bambino. Le parole d’ordine sono pazienza ed elasticità: in questo momento il piccolo potrebbe apparire più stanco, irritabile, inappetente, magari fa fatica ad addormentarsi o, al contrario, crolla sul divano a metà pomeriggio». A volte si verificano vere e proprie regressioni: si rimette il dito in bocca, fa pipì a letto, vuole dormire nel lettone. «Non drammatizziamo», prosegue la psicologa. «Aspettiamo la fine del primo mese di scuola: di solito la situazione si normalizza. Nel frattempo assecondiamo queste piccole richieste, che rispondono a un bisogno fisiologico di rassicurazione, ribadendogli però che ormai è diventato grande e non ha più bisogno di questi espedienti». Altri diventano aggressivi e colpevolizzano i genitori o le maestre. «Niente sensi di colpa: bisogna essere dolci nel ribadire il proprio affetto e la propria comprensione per il difficile momento che il piccolo sta attraversando, ma non farsi vedere titubanti o peggio coalizzarsi con lui contro le insegnanti (il cui ruolo, lo ricordiamo, va sempre valorizzato agli occhi dei bambini)».

Come affrontare i compiti
Settembre è anche tempo di primi compiti (per i «primini»), verifiche e interrogazioni (per i grandicelli). Come aiutarli? «Ai genitori dei piccolini, consiglio di fornire le basi per iniziare, spiegando come organizzarsi e suggerendo un metodo, e poi lasciare che facciano da soli, mostrandosi disponibili in caso il piccolo abbia bisogno di aiuto», spiega la psicologa Emanuela Iacchia. Fare i compiti insieme o, peggio, sostituirsi al bambino, risponde al bisogno di controllo del genitore e all’ansia del voto. «Se la mansione richiesta è superiore alle sue capacità, l’aiuto è concesso ma bisogna anche lasciarli sbagliare: i bambini devono imparare ad ammettere i propri limiti e trovare il coraggio di confrontarsi con la maestra il giorno successivo».

  • IMPARARE A STUDIARE
    In terza elementare subentra lo studio vero e proprio. L’acquisizione di un metodo è fondamentale per evitare dispersioni di tempo ed energie. Matteo Salvo, detentore del Guinness world record di memoria ed esperto di tecniche di memorizzazione, consiglia di utilizzare le mappe mentali. «A differenza di schemi e riassunti, che sono lineari, noiosi, ripetitivi e tendono a “scivolare via” dalla memoria, le mappe sono creative e puntano sulla visualizzazione dei concetti, che è il modo più veloce di immagazzinare nozioni», spiega. Come si fa una mappa mentale? «Dopo aver letto il testo una volta per un’infarinatura generale, durante la seconda lettura (quella più critica) si estrapolano le parole-chiave (non più di 4 o 5, per una pagina), che si trascrivono su un foglio. Non è una perdita di tempo: mentre costruiamo la mappa, stiamo trattenendo almeno il 60% delle informazioni. Alla fine della seconda lettura non resta che elaborare una versione definitiva, distribuendo gli spazi in modo omogeneo e inserendo immagini». La mappa dev’essere sintetica e immediata, come una «fotografia» della mente.
  • LE TECNICHE DI MEMORIA
    «Esistono metodi scientifici per immagazzinare qualsiasi tipo di informazione», prosegue Salvo, autore del libro Mappe mentali (Gribaudo). «Aiutano a ricordare le informazioni acquisite trasformandole in immagini, suoni o frasi, sfruttando la naturale capacità di associazione mentale». La tecnica più antica è quella cosiddetta dei loci ciceroniani, che consiste nell’abbinare i concetti del proprio discorso a luoghi familiari. Verifica di inglese? Per memorizzare i vocaboli, si parte dal termine in italiano, per esempio «cavallo»: il corrispettivo inglese è horse, a cui si può associare l’immagine di un orso (bisogna concentrarci sulla pronuncia). A questo punto si associano le due immagini in modo creativo, come un orso a cavalcioni su un cavallo. Altri esempi: un uomo rincorso da una rana (correre in inglese si legge «ran»), una lancia per procurarsi il pranzo (che si pronuncia «lanch»). Numerose anche le strategie verbali, come la rima (l’informazione viene recuperata dalle parole che rimano fra loro), la sigla o l’acronimo (una parola in cui le singole lettere fanno tornare in mente altri termini). Per ricordare una lunga sequenza di parole, si può inserirle in una storia inventata, oppure legarle tramite combinazioni visive (immagini, foto, disegni). Queste tecniche sono utili dalle elementari alle superiori, fino all’università e anche nel lavoro.

NON SI GIOCA PIÙ?

Può anche capitare che il piccolo entri a scuola pieno di entusiasmo e ne esca deluso. Succede quando i piccoli non sono preparati ai nuovi ritmi scolastici e credono di trovarsi ancora all’asilo o a casa dei nonni, dove potevano comportarsi liberamente, parlando a voce alta e facendo schiamazzi. Restano spiazzati di fronte alle richieste degli insegnanti: star seduti, ascoltare, rispettare i tempi. «È innegabile che ci sia un “salto” dalla scuola dell’infanzia a quella primaria e il bambino deve esserne consapevole, ma è fondamentale insistere sul fatto che, essendo cresciuto, è ormai pronto ad affrontare questo percorso», afferma Iacchia. «I genitori devono accennare al fatto che la scuola è un impegno, un dovere, ma sempre all’interno di un contesto positivo in cui si valorizza l’obiettivo della crescita, dell’imparare cose nuove, del diventare grande. Saper leggere, scrivere, contare gli consentirà di fare molte più cose di quelle che sa fare ora!». Fortunatamente, oggi, c’è meno rigidità nel sistema scolastico e una maggior sensibilità nei confronti degli aspetti emotivi degli alunni, specialmente all’inizio. «Nei primi giorni, le insegnanti sanno che i tempi di attenzione sono molto brevi perciò di solito si mostrano più accondiscendenti», commenta l’esperta. «Molto è cambiato anche nello stile didattico: tanti maestri utilizzano metodi attivi, che consentono ai bambini di muoversi e interagire con gli insegnanti, svolgere attività pratiche non solo in aula ma anche fuori, per esempio nell’orto scolastico», aggiunge Oliverio Ferraris. «E poi ci sono gli intervalli, le ricreazioni, i laboratori, le attività di gruppo, le visite al museo o al giardino botanico, le letture collettive… Ai bambini piace impegnarsi in attività coinvolgenti, che attivano la loro immaginazione». Con il tempo e mano a mano che la frequenza diventa regolare, il bambino familiarizza sempre più con le nuove regole e si rassicurerà sulla possibilità di mantenere ancora spazi e tempi dedicati al gioco e alla libertà. «È importante anche valorizzare il lavoro svolto a scuola, sfogliando insieme i quaderni e ascoltando il resoconto della giornata. E non creare un clima competitivo: soprattutto in prima elementare, i bambini devono andare a scuola sereni, senza preoccuparsi dei voti o essere assillati dall’idea di essere i “migliori”», spiega Oliverio Ferraris. «Un consiglio valido sempre, per tutto il percorso scolastico: focalizzare l’attenzione sul vissuto del bambino e non sul risultato della prestazione», ribadisce Iacchia. «Piuttosto che chiedere: “Che voto hai preso nella verifica?”, è meglio: “Com’è andata oggi?”, concentrandosi sul contesto: cosa ha fatto nell’intervallo, come è andata la lezione di ginnastica, e così via».

ADATTARSI AI NUOVI RITMI

Per i bambini più grandi, che hanno già frequentato la scuola e si apprestano a ritrovare compagni e insegnanti, il problema principale è il riadattamento ai ritmi scolastici. «I bambini sono metodici e abitudinari: la discontinuità tra ritmi diversi, ma soprattutto l’interruzione brusca di un periodo felice e spensierato come quello vacanziero, in cui non ci sono impegni, i genitori sono più liberi e rilassati, il tempo è favorevole, è vissuta come un piccolo trauma», spiega Italo Farnetani, pediatra, docente a contratto di comunicazione scientifica all’Università di Milano Bicocca, autore di libri divulgativi destinati ai genitori. «Teniamo presente che la vacanza dei bambini dura in genere il triplo di quella dei genitori, pertanto è normale che anche le difficoltà di riadattamento siano più amplificate. Inoltre i piccoli non hanno la cognizione del tempo: vivono l’estate come un periodo infinito, quasi magico, che vorrebbero non finisse mai». Il processo di riadattamento dura circa cinque giorni: un periodo necessario per assimilare il cambiamento e riprendere la routine di sempre. I sintomi sono: sonnolenza mattutina, inappetenza, soprattutto al risveglio, con rifiuto della colazione, difficoltà serale di addormentamento (che colpisce circa un terzo dei bimbi al rientro a scuola), talvolta (ma è più raro) anche risvegli notturni o precoci, all’alba. Di frequente si manifestano anche svogliatezza, irritabilità, specialmente nei maschi, somatizzazioni varie come dolori addominali e cefalea.

Si torna a mangiare a orari regolari e a nanna presto

IL RIPOSO E L’ALIMENTAZIONE

«Il ritorno ai ritmi prevacanzieri dev’essere il più dolce e graduale possibile», aggiunge Farnetani. «Nelle due settimane precedenti l’ini
zio della scuola, bisogna dividere ogni giorno il tempo dedicato ancora al riposo e al divertimento e quello riservato alla scuola: non solo compiti, ma anche, per esempio, l’acquisto e la preparazione del materiale. Ciò aiuta i bambini a risintonizzarsi sui tempi scolastici e riacquisire poco a poco i rituali abitudinari. La sveglia del mattino va anticipata un po’ ogni giorno, iniziando almeno cinque giorni prima. Per agevolare il passaggio dalla veglia al sonno sono consigliate attività rilassanti in famiglia, come un gioco da tavola o una passeggiata, mentre sono da evitare, nelle due ore antecedenti la buonanotte, l’utilizzo di tablet e computer, che interferiscono con il rilascio di ormoni del riposo. È importante consumare una cena leggera e magari regalarsi, prima di coricarsi, un bicchiere di latte caldo, che contiene triptofano, un amminoacido che favorisce la sintesi di serotonina, l’ormone del buonumore che stabilizza gli stati emotivi e induce relax e benessere». Il recupero di ritmi regolari deve riguardare anche l’alimentazione: basta con gli spuntini a tutte le ore (generalmente concessi durante il periodo delle vacanze), si torna a mangiare a orari regolari, seduti a tavola. Mai saltare la prima colazione: sarebbe come partire con l’auto senza metterci prima dentro la benzina. «Concedere qualcosa di gradito al bambino mette allegria, aiuta a iniziare bene la giornata e incentiva ad alzarsi dal letto più volentieri», aggiunge il pediatra. «Sì alle piccole gratificazioni, senza esagerare, come, a colazione, una fetta di pane con cioccolata spalmabile, a pranzo cotoletta e patatine fritte (purché cotte in olio d’oliva) e a cena la pizza».

L’importanza dello sport

Secondo uno studio del Coni, l’attività sportiva organizzata a scuola copre appena un quarto della durata totale dell’allenamento raccomandato ai bambini ogni settimana. «I bambini vanno incoraggiati, ogni volta che è possibile, al gioco spontaneo, stimolati a sfruttare ogni occasione per muoversi», dice il pediatra Italo Farnetani. Nella pratica di alcune discipline sportive, magari di squadra, emergono qualità come la capacità di gestire la tensione, la fatica, la concentrazione e il dominio della mente sul corpo. «Puntiamo sul gruppo», afferma la psicologa Emanuela Iacchia. «Spesso ci dimentichiamo che la scuola è anche il luogo della socializzazione, delle amicizie e delle alleanze. Qualche giorno prima del ritorno sui banchi, si può organizzare una piccola merenda con i compagni di classe per festeggiare il ritrovo dopo mesi di lontananza: condividere con i coetanei il cambiamento e la ripresa dei ritmi abituali è di grande aiuto».

 

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